Diffamazione a un’insegnante,
preside assolta dalla Cassazione
CIVITANOVA - La dirigente Daniela Boccanera è stata prosciolta dai giudici della massima corte: "Il fatto non costituisce reato, ha esercitato il suo diritto di critica"
Preside sotto accusa per diffamazione verso una insegnante, la Cassazione la assolve: «Legittimo diritto di critica». Si è chiusa così la vicenda giudiziaria che vedeva imputata Daniela Boccanera, preside dell’istituto comprensivo “Via Regina Elena” di Civitanova. Parte offesa era una docente dell’istituto Medi di Porto Recanati, dove la preside era in servizio all’epoca dei fatti. Tutto era cominciato nell’aprile del 2012 quando la preside, nell’esercizio delle sue funzioni, aveva deciso di affidare l’incarico di verbalizzante, di un singolo consiglio di classe, alla vicepreside invece che ad una docente. Insegnante che in seguito a questa scelta aveva deciso di dimettersi da segretario verbalizzante. «La missiva, scritta con toni di aperto e palese dissenso nei confronti della preside Boccanera – dice l’avvocato Giovanni Mazzei, che assiste la dirigente scolastica –, che veniva accusata di molteplici comportamenti illegittimi, spiegava che la decisione di dimettersi era: “una sana contestazione verso quanti, indiscutibilmente, più competenti di me, antepongono velleità personali al bene comune”». A quel punto la preside aveva risposto all’insegnante spiegando il perché della sua decisione e scrivendo tra l’altro: “i riferimenti in premessa e a corollario della sua lettera si ritengono incomprensibili, futili e superficiali con evidenti cadute di stile, che sfiorano l’offesa nei miei confronti”. Frasi ritenute diffamatorie che avevano portato ad un processo davanti al giudice di pace di Recanati che aveva condannato la preside sia per diffamazione che per minacce. Questo secondo reato le era stato contestato perché in seguito alla scomparsa del verbale di un consiglio di classe, la preside aveva scritto all’insegnante che “essendo il verbale del consiglio di classe un atto amministrativo ufficiale ed essendo allo stato non rinvenibile nella forma originale…mi vedo costretta ad intraprendere seri provvedimenti previsti per il caso in questione”. In appello il Tribunale di Macerata aveva assolto la preside dall’accusa di minacce confermando quella per la diffamazione (era però stata ridotta la pena e il risarcimento). La preside, assistita dall’avvocato Mazzei, ha fatto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto che le frasi scritte dalla dirigente scolastica «costituivano un legittimo diritto di critica e che le espressioni usate erano chiaramente riferite al contenuto della lettera inviata dalla professoressa e non anche alla sua persona» spiega l’avvocato Mazzei. La Cassazione ha accolto la tesi della difesa annullando la sentenza e assolvendo la preside «perché il fatto non costituisce reato». «In particolare, gli Ermellini di piazza Cavour hanno spiegato che “è consentito manifestare giudizi negativi sull’operato del collega, nel legittimo esercizio del diritto di critica, che deve però rimanere nell’ambito di un dissenso espresso in termini corretti”» dice l’avvocato Mazzei. Secondo i giudici gli aggettivi “futili e “superficiali” usati nella missiva dell’imputata per qualificare alcuni riferimenti della precedente lettera indirizzata, agli stessi destinatari, dalla docente, “risultano univocamente circoscritti – dice la Cassazione –, appunto, a tale lettera, e non trasmodano in un attacco personale alla dignità dell’insegnante”. La Cassazione ha dunque riconosciuto alla preside il legittimo uso del diritto di critica verso la docente e «ha scritto la parola fine su una spinosa vicenda, dando piena ragione alla dirigente scolastica che, in questi anni, aveva dovuto subire l’ingiusta onta (anche mediatica), di una condanna rivelatasi, poi, infondata e restituendo alla stessa la dignità e la nettezza di una storia professionale brillante ed impeccabile» dice l’avvocato Mazzei. La preside, appresa la sentenza, ha commentato: «Nel caso in questione ho sempre creduto nella correttezza del mio operato, senza nessuna incertezza. Avevo piena fiducia nella giustizia e sono felice di aver ottenuto ragione in Cassazione poiché la sentenza è inoppugnabile, dunque assoluta. Ringrazio le moltissime persone che mi sono state vicino e mi hanno espresso solidarietà perché sanno chi sono e quali sono i valori cui si ispirano i miei comportamenti. Nessun rammarico, salvo per il prezioso tempo “rubato” alla mia famiglia che adoro e al mio lavoro che amo».
