Chi tocca la Provincia muore

INTERVENTO - Incertezza sul futuro dell'ente dopo la bocciatura della riforma costituzionale. A cosa serve, quanto costa e che fine farà

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L’ingresso del palazzo della Provincia di Macerata

 

di Marina Santucci *

La bocciatura del referendum costituzionale sulla riforma Boschi ha comportato, fra le altre cose, la permanenza del Nomen delle Province all’interno dell’assetto costituzionale dello Stato: la Provincia di Macerata (con il disappunto di molti, e magari la soddisfazione di altri), esiste ancora, e al palazzo di Corso della Repubblica si allontana l’idea di diventare un ente di II livello che dovrebbe gravitare nel già corposo novero degli enti satelliti della Regione.
A cosa serve, quindi, la Provincia di Macerata? Quanto ci costa? Che futuro le sarà riservato? La risposta dovrebbe risiedere nella effettiva valutazione circa il beneficio o danno produce nei servizi per i cittadini; ad ognuno la propria opinione, ma alcune considerazioni sono state fatte in questi giorni e vale la pena tentare di darne conto.

STORIA – Le Province furono istituite da Urbano Rattazzi nel 1859, sul modello dei dipartimenti francesi , in vista del nascente Stato italiano; dovevano assicurare che “da qualunque luogo del territorio fosse possibile arrivare al centro dell’amministrazione, ossia al capoluogo, in una giornata di viaggio. I confini, furono disegnati tenendo in conto tradizioni, cultura, aspetto orografico, assetto urbanistico e, ovviamente della naturale capacità di un territorio di gravitare intorno a un capoluogo; la Provincia di Macerata fa parte del nucleo storico e fu istituita da subito, le elezioni si svolsero il 10 febbraio 1861; i collegi erano quelli di Macerata,Civitanova, Matelica, Monte Santo (oggi Potenza Picena), Pausula, Recanati, S. Ginesio, San Severino, Sarnano, Tolentino, Treia, Cingoli; Camerino, Caldarola , Visso. I presidenti furono, per ricordarne qualcuno, Tommaso Lauri, Milziade Cola, Pier Alberto Conti, Azzolino Pazzaglia, Tommaso Martello. La Provincia di Macerata ha oggi circa 320.000 abitanti, bacino considerato ottimale per la gestione dei servizi.

REGIONE E FUNZIONI – Negli anni 70 poi, nacquero le Regioni ( sebbene già previste dal legislatore costituente del 1948) e da più parti si cominciò a parlare di soppressione delle Province; tuttavia questo non ha impedito, nel corso degli anni e fino al 2000, di valorizzare il profilo politico delle Province, mediante l’elezione diretta del loro presidente ( dagli anni ’90, il primo eletto a suffragio universale nell’era moderna fu Sauro Pigliapoco); furono anni in cui si allungò la lista delle funzioni, sia di programmazione e pianificazione territoriale, sia di quelle più direttamente operative nei settori dell’ edilizia scolastica, della formazione professionale, del turismo ( delegato in parte dalla Regione Marche nel 2009), della caccia e della pesca, della viabilità, dei trasporti, dell’ambiente e dei rifiuti, del lavoro. La Provincia di Macerata, negli anni 90, gestiva una miriade di funzioni, delegate dallo stato o dalle Regioni.

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L’attuale presidente Antonio Pettinari

PROVINCE E SOLDI PUBBLICI – Il che è, evidentemente, in completa conformità a un sistema che si basava su principi quali sussidiarietà, adeguatezza e federalismo, in cui gli enti intermedi sono stati punti di caduta delle competenze statali e regionali; tutto questo, però non impedisce che la Provincia venga additata però , d’un tratto, quale causa scatenante dell’incontrollato debito pubblico italiano, ed in quanto tale, ente inutile, e anzi dannoso, da eliminare.
Infatti, addirittura la Banca Centrale Europea scrive , era ottobre 2011, al governo Italiano, dicendo che “[…] _C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi)._ […]”, l’ Esecutivo allora in carica (Monti) risponde, riconoscendo “la necessità (…..) di perseguire entro il 2012, una razionalizzazione e soppressione delle Province e la riallocazione delle funzioni delle Province alle regioni o ai comuni”. E’ stata dunque “l’Europa a chiedercelo”? No, perché la scelta poteva ricadere su altri enti, ma è abbastanza evidente che le Province erano l’anello debole della catena, più facilmente sacrificabile senza intaccare centri di potere e poltrone “pesanti” ( ricordiamo infatti che i nostri consiglieri provinciali percepivano un gettone di presenza di circa 30 euro a seduta, non erano previsti vitalizi, pensioni, reversibilità o altri benefit del genere). Solo poche voci nel deserto ripetevano, fin da allora, che le Province costituivano appena l’1% della spesa pubblica e che gran parte delle risorse erano destinate ai servizi per i cittadini e non per una surrettizia “autoalimentazione”.
Purtuttavia il dado era tratto e le Province dovevano essere distrutte, secondo la vulgata nel frattempo messa in piazza dai media per l’opinione pubblica. Inizia così una produzione normativa incessante e spesso incoerente: viene emanato il decreto legge dell’allora ministro Patroni Griffi ( Governo Monti) che tentava di ridurre, accorpandole, 90 province a 51 con criteri puramente numerici ( numero di abitanti e ampiezza territoriale, di per sé apodittici); La Provincia di Macerata si sarebbe dovuta fondere con quelle di Fermo ed Ascoli ( mentre Pesaro ed Ancona, per alchimie puramente politiche, si sarebbero salvate); intervenne, però la Corte Costituzionale che dichiarò incostituzionale tutto il pastrocchio ( era già intanto il luglio del 2013) perché, era ovvio, non si poteva con un decreto legge , operare un intervento siffatto su enti a rilevanza costituzionale.

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L’ex ministro Delrio

LA LEGGE DELRIO – Ma il tentativo continua e, con il governo Letta, viene varata la controversa legge Delrio che non potendo, ( visti i precedenti) , a costituzione invariata, spianare le Province, cambia loro nome ( Enti di area vasta), ridistribuisce alcune competenze ad altri enti, tenta di ridistribuire il personale, taglia le risorse economiche per i servizi, immaginando già nel 2014, la dipartita delle Province dando per scontata, quindi, l’approvazione del referendum del dicembre 2016. La Delrio, un mostro di un unico articolo e 151 commi, infatti riporta, una formula espressa di condizione sospensiva alla propria completa realizzazione: “in attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione, le Province sono disciplinate dalla presente legge”. Anche per un non fine giurista, come sono io, pare assurdo emanare una legge ordinaria e prefissarne l’effettiva e completa attuazione con un evento futuro ed incerto, sottoposta alla realizzazione di una condizione sospensiva ossia l’approvazione del referendum confermativo da parte del corpo elettorale della riforma Boschi. Così, appunto, non è stato e le Province sono sopravvissute.
La Delrio per ora resta in vigore e seppure abbia operato in una cornice di provvisorietà, ha tagliato dal bilancio della provincia di Macerata, di anno in anno 4.5 milioni nel 2012, 10 milioni nel 2013 e così a seguire fino al taglio di milioni previsto per il 2017; tali fondi servirebbero, però per la manutenzione delle strade ( solo quelle provinciali, perché l’Anas ha avocato a se la gestione di una parte di esse, circa 300 chilometri sui totali 900 gestiti dalla Provincia di Macerata), l’edilizia e la manutenzione scolastica, la gestione del mercato del lavoro e via dicendo; tali fondi dovranno per forza di cose essere ripristinati dallo stato, a meno di voler far dichiarare il dissesto della Provincia di Macerata. E come forse non si sa, il dissesto di un Ente ( peraltro in questo caso avvenuto non per “colpa” di chi lo ha amministrato) ha come conseguenza la necessità di aumentare le tariffe dei tributi locali ed esso riferibili e la necessità di “ristrutturare” l’Ente sotto un profilo finanziario, mettendo a rischio il pagamento dei fornitori e , ovviamente, l’erogazione dei servizi.
Oltre al potenziale dissesto  e al di là del dato specifico sul nostro territorio, cos’altro ha prodotto la“riforma” cui è mancato l’ultimo tassello, ossia il (“si” del corpo elettorale)? Ci sono state Regioni, come il Veneto, che hanno ridelegato tutte le funzioni non fondamentali alle Province, lasciando tutto esattamente com’era e regioni, come il Friuli Venezia Giulia, che pure prima del referendum, ha cancellato le province tout court; una delle due soluzioni, lette oggi, non reggerà.
Poteva essere evitato tutto questo? Probabilmente sì, se non ci si fosse affannati a cercare a tutti i costi la causa presunta della esuberante spesa pubblica nelle Province e la fretta di considerare superato un ente che ancora aveva tutela costituzionale, peraltro mantenuta.

IL PRESENTE E IL FUTURO – Attendiamo di vedere cosa accadrà, per ora abbiamo la provincia di Macerata con funzioni fondamentali ma senza un centesimo per farle funzionare, centri per l’impiego non ancora confluiti nella nuova agenzia per l’occupazione (Anpal voluta dal jobs act), strade provinciali gestite in gran parte dalla Provincia e in parte dall’Anas, emergenze nelle scuole comunque da affrontare, personale oramai fatto confluire altrove, fitti passivi che non si sa chi debba pagare, e via dicendo.
Il tutto a voler tacere, peraltro, di un ulteriore dubbio che incombe sulla elezione di II livello con la quale, ad agosto ( in piena emergenza terremoto), sono stati rinnovati gli organi dell’ente maceratese: essi, a partire dal presidente non vengono più eletti dai cittadini ma da sindaci e consiglieri comunali. Tale sistema pare incompatibile con l’art. 3.2. della Carta europea delle Amministrazioni Locali, che infatti richiede che l’amministrazione degli enti locali territoriali si fondi su “Consigli e Assemblee costituiti da membri eletti a suffragio libero, segreto, paritario, diretto e universale, in grado di disporre di organi esecutivi responsabili nei loro confronti”.
Da ultimo mi permetto una ulteriore notazione. Dopo i terribili eventi del recente sisma da più parti e da alcuni sindaci si è levato il rimpianto per la mancanza della Provincia quale ente regista della ricostruzione, vicina ai territori ed ai comuni bisognosi di risposte immediate, coordinate e consapevoli delle singole realtà coinvolte che lo Stato e la regione faticano a dare.
La bocciatura del referendum costituzionale potrebbe forse essere l’occasione per ripensare la sciagurata scelta di sacrificare l’ente Provincia e rivedere la politica di eliminazione degli enti intermedi unici in grado di avvicinare le necessità delle singole comunità alla amministrazione della cosa pubblica. Una classe politica meno miope e autoreferenziale dovrebbe finalmente comprendere che l’ Italia non è fatta solo da Roma e dalla città metropolitane ma soprattutto da un tessuto diffuso di medie e piccole città che da sempre ne costituiscono la parte fondamentale.

*Marina Santucci, ex funzionario della Provincia di Macerata


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