Torna «La Betulla»
con “Il visitatore” ed è un successo

RECENSIONE- Alla kermesse Macerata Teatro ancora un’opera di Eric Emmanuel Schmitt apprezzata dal pubblico
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In scena Bruno Frusca (Sigmund Freud) e Pino Navarretta (Il visitatore)

 

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Pino Navarretta è Il visitatore

di Walter Cortella

(foto di Maurizio Iesari)

Passo dopo passo il Festival “Macerata Teatro” è giunto al suo terzo spettacolo. “Il visitatore” di Eric Emmanuel Schmitt, messo in scena al tratro Lauro Rossi dalla Compagnia La Betulla di Nave di Brescia, una delle formazioni più apprezzate nel popoloso panorama del teatro amatoriale italiano e fedele nel tempo alla manifestazione maceratese. Il mio primo incontro con Bruno Frusca, storico regista e attore, risale al lontano 1982. Che nostalgia scoprire che conserva ancora la breve registrazione, poco più di un minuto e mezzo, dell’intervista fatta al termine di “Grido a compietà”, una pregevole pièce sugli orrori e le atrocità commesse nel tempo in nome dei più discutibili ideali. Dopo questa piacevole notizia, non potevo non rileggere il servizio preparato allora per Radio Nuova Macerata, l’emittente locale tuttora in piena attività. Da quel lontano 1982 molta acqua è passata sotto i ponti e il buon Frusca è tornato altre cinque volte ad esibirsi davanti al pubblico del festival, con lavori sempre impegnati, di un certo spessore e di pregevole fattura. Per non venir meno alla tradizione, quest’anno ha portato un’opera nata agli inizi degli anni ’90 dalla fervida penna di Schmitt. “Il visitatore” del brillante professore di filosofia e prolifico drammaturgo ha vinto nel 1993 ben tre Premi Molière. Il più significativo è quello assegnatogli come «rivelazione teatrale». Il pubblico maceratese, nel breve volgere di qualche stagione, ha avuto modo di assistere ad altri due suoi capolavori che hanno ottenuto un enorme successo: il gradimento del pubblico e due premi per la migliore interpretazione maschile e femminile per La Corte dei Folli di Fossano con “Piccoli crimini coniugali” nel 2014 e ancora il gradimento del pubblico per la Compagnia Estravagario di Verona con “Variazioni enigmatiche” l’anno scorso. Insomma, non c’è dubbio: i testi di Schmitt, decisamente impegnativi, fanno buona presa sul pubblico.

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L’attore e regista Bruno Frusca

È proprio vero: non c’è due senza tre. Infatti, anche Il visitatore è piaciuto e molto, stando al calore degli applausi finali. Un’avvisaglia si era avuta già durante lo spettacolo: per un’ora e mezza la platea ha trattenuto il respiro. Ma che cosa stava succedendo sul palcoscenico? Ecco in breve la trama. Siamo nel 1938, da poco più di un mese la Germania di Hitler ha annesso proditoriamente l’Austria che entra, così, a far parte del Terzo Reich. Le camicie brune intonano per strada cori guerreschi, imperversano, arrestano in massa gli inermi cittadini, specie se ebrei, per deportarli nei campi di sterminio. Al numero 19 di Berggasse, vive da 47 anni il noto psicanalista Sigmund Freud, in compagnia della figlia Anna. È un uomo vecchio e affetto da cancro alla gola, ma ciò che lo tormenta ancor di più sono le violenze che gli uomini della Gestapo compiono sulla povera gente indifesa. In particolare, un mediocre ufficiale, un miserabile, ricatta lo stanco professore. Il regime preme perché sottoscriva una richiesta di espatrio. È ritenuto un elemento pericoloso, ma Freud è granitico, non se la sente di fuggire e abbandonare i suoi simili in balia degli aguzzini in uniforme. Anche sua figlia lo esorta a firmare il documento. È una donna battagliera che cerca di tenere testa al militare, ma non ha scampo. Sarà arrestata con un risibile pretesto. Rischia di fare una brutta fine e il vecchio padre è disperato. Rimasto solo in casa, pian piano si appisola e in quel mentre fa la sua comparsa un misterioso visitatore.

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Mariasole Bannò è Anna, figlia di Freud

È un giovane. Indossa un abito marrone senza camicia, è a petto nudo e scalzo. Chi è quell’intruso che è entrato dalla finestra? Freud pensa subito ad un ladro o ad un malato di mente. Nel primo caso non ha più nulla per lui, è già stato depredato dal milite della Gestapo, nel secondo potrebbe curarlo. Ma il visitatore dimostra subito di non essere né l’uno, né l’altro. Dopo qualche scambio di battute dichiara di essere niente meno che Dio. La situazione è paradossale, al limite del credibile. Dio in casa di un ateo convinto e praticante come il vecchio Freud! C’è di che rimanere interdetti. Si accende allora un fitto scambio di battute tra i due protagonisti. Ognuno è ben radicato nelle sue convinzioni e a dire la verità non c’è nessun tentativo di convertire l’altro, se non in forma molto blanda. La schermaglia dialettica è forte, le argomentazioni sono valide, ma Schmitt ha il grosso merito di rendere il tutto leggero, fruibile da parte dello spettatore. Anzi, ci sono momenti di sottile umorismo che stimolano il sorriso degli astanti. Dio è spiritoso e trova anche l’occasione per un giochetto di prestigio, un piccolo miracolo: trasforma un bastone in un fazzoletto colorato. Grazie al prestigioso cognome che porta, Anna viene rilasciata senza che le abbiano usato alcuna violenza e subito dopo il bieco milite restituisce al professore il testamento dal quale si evince che tutti i suoi averi sono depositati in una banca. C’è stato forse davvero un miracolo? Ma no, il ricattatore è tornato sui suoi passi perché teme che Freud, nell’osservare una foto di suo zio, abbia intravisto nel profilo aquilino del suo naso la vaga traccia di una possibile origine semitica. E per lui, fiero ufficiale della Gestapo, sarebbe davvero la fine se una simile pulce arrivasse all’orecchio dei suoi terribili superiori, tutti sicuramente di pura razza ariana. Tornando a casa, Anna incontra il visitatore ma non crede a quanto le racconta in merito il padre. L’uomo è sicuramente il pazzo fuggito dal manicomio e ricercato dalla Gestapo, altro che Dio. L’intruso se ne va così com’è venuto, passando ancora dalla finestra. Freud gli spara un colpo di pistola, come se fosse davvero un ladro. Il sipario si chiude sulla sua laconica battuta: «Mancato».

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Nicola Delbono è l’ufficiale della Gestapo

Il finale lascia lo spettatore interdetto, con un nulla di fatto. Calcisticamente parlando, a reti inviolate. D’altro canto, come poteva concludersi uno scontro dialettico a così alto livello, tra un Dio ed un uomo tenacemente convinto del suo ateismo? Con un nulla di fatto, appunto. Una gran bella interpretazione quella fornita da Bruno Frusca, attore  di lunghissima esperienza, maturata in oltre cinquant’anni di teatro, sempre di prim’ordine. Tiene bene la scena e dà vita ad un personaggio credibile, come d’altronde il suo giovane partner Pino Navarretta. Una performance lineare, pulita, di alta qualità la sua. Non sono da meno Mariasole Bannò (Anna) e Nicola Delbono (l’ufficiale della Gestapo). Il cast ha messo in evidenza ottime qualità interpretative e un forte affiatamento, risultato di un lungo giro di repliche nell’arco di ben quattro stagioni. Prima di chiudere, una riflessione su alcune analogie tra “Variazioni enigmatiche” e “Il visitatore”: i due protagonisti principali si affrontano in un serrato scontro dialettico su temi ponderosi, all’interno di un ambiente domestico severo ed elegante, invaso dalla musica, lì di Edward Elgar,qui di Mozart. E la stessa conclusione, un colpo d’arma da fuoco andato per  fortuna a vuoto.



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