Lo Yeti era venuto da noi
per fare il vigile urbano

LE INTERVISTE IMPOSSIBILI - Una lunga storia finita male. Adesso è ripartito: preferisce le nevi dell’Himalaya dove non c’è burocrazia
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liuti giancarlo

di Giancarlo Liuti

E’ da poco rientrata una spedizione italiana sulle montagne del Nepal alla ricerca dello Yeti, spedizione della quale han fatto parte anche il maceratese Luca Natali e il civitanovese Giorgio Marinelli, che si sono dichiarati soddisfatti dell’esito delle loro ricerche, e non già per aver finalmente incontrato questo essere misterioso, il che da secoli non è mai riuscito a nessuno, ma per averne trovato tracce fino a oggi nuove e scientificamente interessanti (leggi l’articolo). Ed era proprio a questo che l’altra sera tardi stavo pensando durante una passeggiata propiziatrice di sonno in via Cioci – bellissimo il cielo, pieno di stelle – che ogni tanto interrompevo fermandomi in una panchina. Lo Yeti, mi dicevo, ci sarà sul serio o è solo una leggenda come quella dell’altrettanto famoso mostro del lago scozzese di Loch Ness? Via Cioci era deserta, a quell’ora. E mi fece piacere, magari per fare due chiacchiere, l’arrivo di un grosso e robusto signore imbacuccato dalla testa ai piedi che venne a sedersi accanto a me.
yeti“Buonasera – mi disse – l’aria è freddina, no?”
“Abbastanza – risposi – ma che ci vogliamo fare? Siamo a dicembre, sta arrivando l’inverno e prima o poi cadrà pure la neve. Le dispiacerà?”
“Nient’affatto, io ci sono abituato”, mormorò lui sorridendo.
“Presentiamoci, signore. Io mi chiamo Giancarlo e lei?”
“Yeti”.
“Un soprannome?”
“No. Sono proprio lo Yeti”.
“Sta scherzando?”
“Per carità, non mi permetterei. Guardi qua”.
Si tolse il guanto destro e mi mostrò la mano. Nera, rugosa, pelosissima, con unghie talmente lunghe e acuminate da sembrare artigli. Per un po’ non seppi che dire, oltretutto m’aveva messo paura. Infine, balbettando, aprii bocca.
“Lo Yeti a Macerata? L’abominevole uomo delle nevi, come spesso è definito?”
“Abominevole, già. Forse mi si confonde con qualche vostro politico”.
“E com’è che lei parla così bene l’italiano?”
“Nel corso degli anni le spedizioni verso di me son venute da ogni parte del mondo e ormai io conosco tutte le lingue ad eccezione di quelle africane come lo swahili e il bantù”.
“Spettacoloso! E ora la prego di spiegarmi, se vuole, per quale ragione lei adesso sta a Macerata”.
Si accese una sigaretta e cominciò a raccontare.
“E’ una storia che inizia da quando arrivò da me quella spedizione in cui, fra gli altri, c’era un maceratese. Io, nella notte, mi avvicinavo al loro campo-base e posavo l’orecchio sulle loro tende, per cui sentii spesso parlare il vostro concittadino che descriveva ai compagni la storia, le bellezze e la tranquilla vita di Macerata. Così, dai e dai, mi venne un’idea. Visto che lui è venuto dove vivo io, pensai, perché non fare un salto, io, dove vive lui? Mi sono sbarbato, mi sono sforbiciato i capelli, mi sono camuffato sotto questi vestiti e fingendo essere un profugo pakistano richiedente asilo sono faticosamente giunto da voi”.
“Incredibile! E come ci si trova?”
“Bene, a parte qualche problema”.
“Quali?”
“Dormire no, perché io sono avvezzo a dormire all’aperto. Mangiare sì, invece. Sono erbivoro e nella mia patria mi nutro di rododendro nano che da voi non si trova. Me la cavo frugando nei cassonetti, ma è roba schifosa. E poi non ho un soldo. Per qualche giorno ho chiesto l’elemosina, ma in questo settore, da voi, la concorrenza è feroce. Insomma, sto cercando un lavoro che mi consenta di campare decentemente”.
“Di lavoro ce n’è poco, caro Yeti”.
“Me ne sono accorto, ma girando in città mi sono reso conto che un lavoro ci sarebbe e ho tentato di procurarmelo”.
“Quale?”
“Quello di vigile urbano. Vede, io ho percorso tutte le strade principali, corso Cairoli, corso Cavour, via Roma, via Trento, viale Indipendenza, viale Trieste, viale Leopardi, viale Puccinotti, viale Don Bosco, viale Martiri della Libertà, via dei Velini, via Pancalducci e questa stessa via Cioci”.
“Ebbene?”
“Tante, troppe auto, troppi motorini, senza considerare i ciclisti a ruota libera sui marciapiedi. E mica vanno piano, mica rispettano le strisce pedonali! Corrono, si sorpassano, chi guida parla al telefonino e ogni tanto investono qualcuno. E i vigili? Niente”.
“Questo non è vero, signor Yeti. Qualche vigile c’è”.
“Le rare volte che ce n’è uno si preoccupa solo di fare le multe per divieto di sosta. Evidentemente i vigili da mandar sulle strade sono pochi, ce ne vogliono di più. Allora mi sono presentato al loro comando e ho chiesto di essere assunto”.
“ Com’è andata?”
“Dopo essermi fatto largo fra molti vigili che siedono nei vari uffici sono finalmente arrivato dal comandante e mi sono presentato”.
“E allora?”
“Avendogli detto che io intendevo operare su strada, lui è parso molto contento di me, ma considerando la mia dichiarata origine pakistana m’ha detto di recarmi in questura per regolarizzare la mia posizione”.
“Ovvio”.
“Ci sono andato e vuol sapere com’è finita?”
“Non aspetto altro”.
“M’hanno detto di togliermi i guanti per rilevare le impronte digitali”.
“E lei?”
“Scusate tanto, ho detto, e me sono andato”.
“E adesso?”
“Domattina riparto e addio Macerata. Tutto sommato si sta meglio sulle nevi eterne dell’Himalaya, se non altro per la totale mancanza di inghippi burocratici. La saluto e spero di averle fatto capire che io son ben lungi dall’essere abominevole”.
S’è alzato e non l’ho più visto.



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