Un “brutto” selfie contro la violenza,
Valentina lancia il tam tam sul web

CAMPAGNA CHOC - L'iniziativa è stata lanciata da una giovane di Porto Recanati. Tante ragazze della provincia hanno iniziato a postare i loro scatti truccate con l'ombretto come se avessero segni di ecchimosi. La responsabile dello sportello antiviolenza, Margherita Carlini: "Ogni mese in media ci vengono segnalati un paio di casi"
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Valentina Lucchetti, a sinistra nella foto, ha promosso l'iniziativa virale contro la violenza alle donne, con un selfie su Facebook e due dita di ombretto viola sul viso

Valentina Lucchetti, a sinistra nella foto, ha promosso l’iniziativa virale contro la violenza alle donne, con un selfie su Facebook e due dita di ombretto viola sul viso

di Alessandro Trevisani

Un selfie “brutto” contro la violenza sulle donne. È l’idea di una giovane portorecanatese, Valentina Lucchetti, per sensibilizzare il pubblico di Facebook (“soprattutto gli uomini”, spiega lei) su un fenomeno che nella nostra provincia come altrove è spesso nascosto, silenzioso ma presente e marcatamente diffuso. Due dita di ombretto viola sotto gli occhi, sul mento, o sulle guance, ed ecco simulato il sembiante di una donna picchiata dal proprio uomo: la foto Valentina l’ha fatta con sua sorella, entrambe truccate a quel modo, e l’ha postata sul suo profilo Facebook sabato scorso, accompagnandola con uno slogan in neretto: “Se sei contro la violenza sulle donne fai come noi: prendi un ombretto viola, fatti un selfie e condividi”. Risultato: 60 like, 31 condivisioni e tante ragazze, di Recanati, Porto Potenza, Porto Recanati, che hanno fatto lo stesso gesto.
“L’ho fatto di getto – racconta Valentina – perché mi sono accorta che troppe ragazze che conosco subiscono queste aggressioni. Se vado a passeggio sul lungomare, nel giro di una serata, posso incontrarne anche una decina”. Rapporti avvelenati, marci, botte che si danno e si tacciono, per paura, per vergogna. Tacciono le ragazze, tacciono gli uomini, ovviamente, tacciono i genitori degli aggressori e talvolta delle vittime, oppure si sentono raccontare bugie Ma Valentina in chat, su Facebook, ha conosciuto donne che hanno voglia di parlare. “Mi hanno contattata una decina di portorecanatesi, più altre da Civitanova: tutte picchiate dai propri uomini, in passato ma anche oggi. Tutte entusiaste della mia idea. Non possono unirsi alla campagna virale, ovviamente, ma ora si sentono un po’ meno sole. Sotto alla mia foto abbiamo indicato un link per donare alle associazioni che lottano contro la violenza sulle donne”. Le foto a volte sono scioccanti e realistiche, e i commenti rimbalzano questo stupore. “Mi hai fatto prendere un accidenti”, dice un’amica. Un’altra racconta le difficoltà delle donne che reagiscono: “Ho avuto un’amica con un folle alle spalle. nulla: denunce e nulla. Gomme bucate e nulla. Esaurimento e quello se sbronza tranquillo. Poi ce potevo mette una ‘parolina’ ma è andata via lei lontano: meglio per tutti”. Ma tutte le storie raccolte da Valentina parlano di ragazze che restano avvolte, impigliate in legami marci, avvelenati, dove lei si sente impotente ma legatissima a lui. Lui che ti scaraventa a terra, ti prende a calci sulle costole, lui che le prime volte dava solo pugni contro il muro, poi una notte, a letto, di pugni te ne tira uno in faccia. Lui che “in realtà sarebbe migliore, ma io l’ho portato allo stremo”. Lui che scatta al primo accenno di contraddizione, di battibecco, di critica. Ma poi si controlla, torna ‘normale’, protettivo, sicché forse è tutto passato, almeno per un po’. Ci sono donne come Giovanna (il nome è di comodo) che raccontano di aver percepito, dopo le violenze, un’intimità maggiore: “Perché lui mi ha fatto vedere quanto fa schifo – racconta in chat – e mi ha vista conciata a quel modo, senza fiato, col terrore negli occhi, con la testa che pensa soltanto ‘mamma’, la faccia insanguinata e l’istinto di sopravvivenza che ti accende lo sguardo, ti spalanca le orbite per cercare una via di scampo”.

Ancora uno scatto per la catena antiviolenza. Stavolta il trucco è rossetto marrone.

Ancora uno scatto per la catena antiviolenza. Stavolta il trucco è rossetto marrone.

La dottoressa Margherita Carlini, criminologa, lavora come psicologa allo sportello antiviolenza di Ancona, ma è anche la responsabile dell’analogo sportello di Recanati, dove è presente a martedì alterni dalle 16 alle 19 (primo piano del Palazzo Comunale, piazza Leopardi, telefono 0717587234). “Questa sensazione di intimità aumentata dipende dal fatto che le donne picchiate dal partner non hanno una reale percezione della realtà, anzi la percepiscono secondo l’occhio del maltrattante – dice la criminologa -. Molte delle ragazze che vengono da noi raccontano ‘Se lui mi picchia fuggo dagli altri perché sono vulnerabile’. Il fatto è che nei rapporti maltrattanti ci si chiude in un mondo a due: il primo maltrattamento è l’isolamento, che avviene nelle prime fasi del rapporto, quando un uomo chiede alla donna di uscire da soli, quando le dice con chi uscire, cosa fare e le controlla il telefono. I gelosi non sono tutti violenti, ovvio, ma il maltrattante parte da qui. Non si comincia con uno schiaffo al primo appuntamento. Il maltrattante è l’uomo migliore all’inizio della storia, alcune raccontano che le fa sentire come una principessa”.
Ma non sono uomini che danno schiaffi, questi. Danno pugni, ginocchiate, procurano lividi che restano in faccia un mese, e che a tua madre racconti come una caduta accidentale, in un teatro agghiacciante fatto di omertà, vergogna, oblio di quello che accade. Ma perché un uomo picchia ripetutamente la sua donna? “Un maltrattante non ammette di esserlo se non lavora su se stesso – dice Carlini – perciò non avrebbe senso andare da un professionista per far contenta la partner. Questi sono uomini che non accettano di essere fragili, estremamente deboli e vulnerabili, e reagiscono in questo modo. Squilibri psichici? Non è detto, anche se molti hanno dei forti tratti narcisistici”.

Le ragazze di Over Time appoggiano la campagna di Valentina Lucchetti e postano su Facebook il loro, per così dire, selfie brutto.

Le ragazze di Over Time appoggiano la campagna di Valentina Lucchetti e postano su Facebook il loro, per così dire, selfie brutto.

E una donna che può fare? “Intanto – dice la dottoressa – chiamare il 1522, dove alla vittima verrà spiegato qual è il centro antiviolenza più vicino. E poi ascoltare i professionisti che la seguiranno”. A Recanati quante donne arrivano allo sportello antiviolenza, e da dove? “Arriva da noi – dice Carlini – una media di due donne al mese. Vengono specialmente da Recanati, Potenza, Porto Recanati. Ma noi siamo un presidio territoriale, il centro antiviolenza che gestisce i singoli casi si trova a Macerata, dove indirizziamo le nostre utenti. Ma non ci sono vincoli di zona, una donna di Porto Recanati può andare anche al centro di Ancona, dove siamo passati a 140 donne nel 2013 contro le 126 assistite nel 2012”. Anche l’assessore ai Servizi sociali e sanitari Loredana Zoppi appoggia la campagna: “Apprezzo la catena e trovo che sia troppo importante parlare di queste cose – dice – del resto nel programma con cui siamo stati eletti a maggio c’è in progetto di attivare un centro d’ascolto dove psicologi e sessuologi si occuperanno anche di queste problematiche, oltre a quelle giovanili, alimentari e altre ancora”. Per l’associazione Over Time si sta muovendo Elisa Pacella, autrice di un selfie con altre due attiviste: “Stiamo facendo giri di chiamate per convincere altre donne a fare il selfie, magari in gruppo, per evitare sgradevoli equivoci”, dice.

Un'altra ragazza partecipa alla campagna di Valentina Lucchetti. La chiave è sempre quella, ombretto che simula ecchimosi.

Un’altra ragazza partecipa alla campagna di Valentina Lucchetti. La chiave è sempre quella, ombretto che simula ecchimosi.

I casi di violenza raramente approdano a denuncia: il 93% delle donne tace, secondo dati divulgati da L’Espresso nel novembre 2013. E secondo i dati del Soccorso violenza sessuale e domestica (Svsed) i casi di violenza domestica nel 2013 erano il 50,2% del totale. Ci sono quindi tantissime donne come Marina (altro nome di comodo), che hanno subito addirittura due violenze nel giro di un anno. “La prima volta ero in un ostello a Gerusalemme, ho aperto la porta a vetri a un ragazzo che bussava, pensando fosse un ospite. Mi ha bisbigliato qualcosa e mi ha preso a toccare la testa. Mi sono divincolata e mi ha spinta addosso a un muro, mi ha dato due pugni e una ginocchiata in viso. Sono riuscita a fuggire in camera da mio padre, non ho denunciato nulla, ho solo voluto finire la vacanza e tornare a casa”. Un anno dopo, stazione di Porto Recanati: Marina sta facendo la fila per fare il biglietto, e protesta con una coppia che le passa davanti. “Avevano sui 50 anni, l’uomo mi ha presa a pugni immediatamente, ripetutamente. Sono scappata in treno e sono andata al pronto soccorso vicino a dove lavoro, mentre quelli, per colmo di astuzia, andavano a denunciare me, dicendo che ero una zingara che li aveva molestati”. Risultato? “Abbiamo fatto pari e patta dal giudice di pace, un risultato di cui ovviamente sono rimasta avvilita. Io avevo 30 giorni di prognosi e il naso spezzato. Per la seconda volta. Assurdo. Quella mattina ricordo che mentre ero picchiata da quell’uomo sua moglie lo incitava”. Perché non tutte le donne stanno dalla parte di queste donne. Ma stavolta Porto Recanati squilla la tromba della riscossa: tutte con Valentina, per dire basta, e soprattutto per parlarne e denunciare.



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