Un autoscatto bello da morire

E' finalmente uscito "Selfie", già una pietra miliare nello sterminato repertorio di Mina
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Filippo-Davoli

Filippo Davoli

di Filippo Davoli

 

Mina – chi la segue lo sa – da anni perpetua un attentato tra i migliori praticabili ai danni della stampa specialistica; si vendica probabilmente così delle incursioni infelici dei paparazzi nella sua quotidianità: sfornando dischi dei quali non si può che ripetere quanto scritto la volta precedente (oppure mentire; oppure inerpicarsi in sofismi interpretativi improbabili quanto risibili; oppure tacere).

E’ sorprendente, perché non c’è un disco uguale all’altro: e anche lei non è mai uguale a sé stessa, anche se ascoltando per la prima volta le tracce dei suoi nuovi dischi uno trema, aspetta in fondo anche che stoni almeno un po’, un pochino suvvia, un pelino appena… e invece niente! La Signora avanza come un panzer, bombarda la piazza come un Bava Beccaris per niente qualunque, spazza via insetti e altri fastidi con uno spruzzo di micidiale insetticida vocale, tuona, accarezza, sballa, squassa, insiste (pure!), fa male dentro e fuori, segna il suo ennesimo goal. Vorresti odiarla e invece scopri (ma lo sapevi già) che sei fregato, che ti ha fatto innamorare un altro po’ e – con buona pace del marito – se ti capitasse a tiro le faresti anche e volentieri una corte serrata!

“Selfie” (è di quello che stiamo parlando) è arrivato nei negozi: e che grande emozione sentirla cantare senza difese da certe note roche da buona e onesta fumatrice (un po’ su con l’età), per poi concedersi con naturalezza a discese ardite e risalite (forse Battisti pensava a lei, quando scrisse Io vorrei, non vorrei ma se vuoi?) degne di una ventenne stradotata (ossia nessuna di quelle in circolazione).

Su tutte le 13 tracce, arrangiate splendidamente e perfettamente armonizzate con quel miracolo vocale, segnaliamo almeno tre capolavori assoluti: la traccia d’apertura, Una donna insopportabile (dal vago sapore autobiografico), che è quasi un duetto tra Mina e il pianoforte di Danilo Rea; La fermata è una meraviglia di poesia: sia per il testo, struggente e potente, sia per la melodia, sia per l’arrangiamento. Mina ne esalta ogni passaggio con genio assoluto. E poi Mai visti due, un sogno, una riflessione in voce, una perla di rara bellezza, a metà tra L’uomo dell’autunno (il vero testamento dell’indimenticabile Gianni Ferrio) e Nei miei occhi (un altro cult del 1985).

RETRO-CON-TITOLI

il retro della copertina di “Selfie”

A parte Claudio Sanfilippo (che firma la già nota La palla è rotonda – un tormentone intelligente e brillante, il che non è per niente poco…) e Don Backy, che segna il suo ritorno nei dischi di Mina firmando la pazzesca Fine che chiude l’album (tipicamente sue le allargature di tempo di certe battute; così moderne, a fronte di sin troppi ripiegamenti contemporanei in una metrica precisissima e scolastica, finanche banale), gli altri titoli sono tutti di giovani autori, spesso sconosciuti, com’è nella tradizione di cernita di Mina.

Tornano, in quelle tracce, le splendide ballads in ritmo di bossa o delicatamente pop come Il giocattolo e Aspettando l’alba, i funky  sostenuti  stile Il pelo nell’uovo e Troppa luce e Io non sono lei, le chitarre virtuosisticissime di Perdimi (come ruggisce da dentro, la tigre, in quell’eccellente ballata popolare…), le dolci atmosfere de La sola ballerina che tu avrai Oui c’est la vie

Insomma, niente di scontato, niente di superfluo, non una sola traccia sotto tono. Un autoscatto, un selfie, che segna una pietra miliare in una produzione sterminata. Eppure, nonostante tutto, siamo convinti (è un soffio interiore che ci guida, una specie di urlo del desiderio) che… il meglio deve ancora venire!  



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