Torna il racconto: lo firma Riccardo Rinalducci

Perugino, nipote di marchigiani, il nostro giovane lettore narra un viaggio dalla sua Perugia alle Marche dei suoi parenti
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Riccardo Rinalducci, Sveglia presto

RINALDUCCI

Riccardo Rinalducci

Sveglia presto, viaggio verso la stazione, bacio sulla guancia di mamma e mi siedo dove capita, tra coetanei con lo zaino in spalla, religiosi sulla strada di San Francesco, pendolari e viaggiatori verso Roma o stazioni intermedie. Cambio a Foligno, un’abbondante mezz’ora di attesa sgranocchiando patatine e bevendo thè freddo, poi sul treno, stavolta sedile rigorosamente accanto al finestrino: il paesaggio comincia a farsi interessante. Scavalco l’Appennino con le sue vette, le sue valli e le sue curve ed arrivo a Fabriano. Qui un’ora prima di salire sul regionale, passata a mandare messaggi del tipo “a Fab.”, “arrivo tra un paio d’ore”, “per ora tutto ok”. Comincia a calare il sole quando prendo posto nel treno, con il borsone in spalla carico ma non troppo: il posto che raggiungo ha tutto ciò di cui possa aver bisogno. Il viaggio prevede molte stazioni, piccole e meno piccole, attraverso un paesaggio a me caro e familiare, in qualche modo simile a quello della mia Umbria. Umbria e Marche, appunto: l’Appennino le accomuna, le identifica nei piccoli paesi arroccati su vallate o colline, coi centri industriali che entrano a far parte del paesaggio quanto i campi coltivati, i fiumi e torrenti che le percorrono da destra e a sinistra e viceversa della mia visuale.

Passata Tolentino, avverto che manca poco a Macerata. Un po’ per il legame (di sangue e d’affetto) che mi lega a questa città, un po’ per l’indiscutibile (a mio avviso) somiglianza con Perugia, comincio a sentirmi a casa. Stazioni ferroviarie intermedie, sia quella di Macerata che quella di Perugia, attraversate quindi da alcuni diretti lì o altri che, passando, non possono fare a meno di notarle, con le acropoli arroccate sui loro colli, ed i sobborghi e le periferie che scivolano lungo le valli. Macerata mi accoglie a braccia aperte, coi suoi viali alberati e trafficati che partono e vengono da me. Il rosso-bruno del laterizio è caldo quanto i sentimenti che provo di amicizia e di fraterna stima verso lo zio e i cugini che mi salutano nella solita (ma mai uguale) casa che dal centro si affaccia su un tipico panorama maceratese e marchigiano, con le sue colline che si fanno sempre più dolci prima di diventare pianura e, infine, mare. Mare che porto nel cuore, mare che mi ha visto piccolo e prima di me ha visto piccoli i miei nonni, zii, cugini, mia madre. Mare che abbraccia in un triangolo di dolcezza e intimità Porto San Giorgio, Fermo e Macerata, una manciata di kilometri quadrati che porto nel cuore con costante affetto.

Il cielo è chiaro, pulito, e qualche nuvola sparsa sembra essere messa lì apposta, giusto per dimostrarmi che essere qui, contento della compagnia e delle belle giornate che sto sicuramente per passare, è realtà e non un sogno. I gabbiani e le rondini volano in ogni direzione, animando il primo pomeriggio mentre tra una canzone e un caffè scorrono i minuti tra lo Sferisterio e via Santa Maria della Porta, da qui ai Giardini Diaz e poi di nuovo su via Garibaldi e corso Matteotti, fino a Piazza Libertà. Librerie piccole e grandi, chiese e chiesette, botteghe di artigiani, negozi di dischi, alimentari che espongono alle vetrine gli ottimi prodotti tipici, bar e locali in cui avverti la routine e ti stupisci di quanto questa sia armoniosa e, ancora, familiare.

Canta un saltimbanco delle mie parti riguardo Perugia “…è una città piena di gente / di mille lingue, usi e tradizioni / politiche diverse, religioni / se sali fino in centro qualche sera / ti chiedi se è italiana o se è straniera…”. È inevitabile il paragone con Macerata, così ricca di storie, uomini, culture che si intrecciano e contribuiscono inevitabilmente a tessere la tela cosmopolita e colorata che distingue una città in cui si vive da una città di cui si sente di far parte, ognuno con il proprio contributo, ognuno con la propria complicità. E trovo da una parte triste ma dall’altra meraviglioso pensare che non si possa dire così di ogni città in cui ci si trovi. A chi piace viaggiare, vedere, scrutare, scoprire, sarà capitato di trovarsi in posti che hanno non necessariamente deluso le aspettative, ma che non abbiano lasciato un segno, un ricordo che vada al di là del piacere della via, del monumento, del panorama o della caratteristica. È un discorso sicuramente soggettivo, il sentirsi accolti da una città, dai suoi abitanti, così come il conservarne il ricordo più o meno piacevole: in pochi luoghi ci si sente a casa, e nella «mia» Macerata come nelle «mie» Marche in generale questo accade. Posso dire di essere onorato e orgoglioso, quindi, di provare simili sentimenti per un posto che si trova non proprio a due passi da quello dove vivo, al di là dell’Appennino, perché riesco a sentirmi legato a Macerata, di farne parte non per quelle due/tre visite annuali, ma costantemente, col solo pensiero o col solo essere entrato in punta di piedi armato di pennello e colore nella tela, a prescindere dalla distanza, di considerarla «sorella» della «mia» Perugia.

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Eastman Johnson, “Bambini che leggono”



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