Corrado Cagli
La notte dei cristalli

Il nuovo corsivo di Francesco Scarabicchi
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Francesco Scarabicchi

di Francesco Scarabicchi

 

Nella Galleria d’Arte Moderna di Ancona – purtroppo chiusa per lavori – è custodito il Progetto in legno del memoriale “La notte dei cristalli” che il pittore Corrado Cagli, nato ad Ancona il 23 febbraio del 1910, realizzò nel 1973 (la scultura, in acciaio inossidabile, è nella città tedesca di Gottinga, nel quartiere medioevale dove sorgeva una piccola sinagoga). Gli eredi di Cagli lo donarono ad Ancona, insieme con altre quattro opere pittoriche, nell’ottobre 1980, riconoscenti per la mostra che l’Istituto Marchigiano Accademia di Scienze Lettere ed Arti aveva organizzato nel luglio-settembre di quell’anno tra la Chiesa del Gesù e  Palazzo degli Anziani.

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Corrado Cagli, “Ragazzo nel lager”

Ho conosciuto Cagli nell’ottobre del 1974, a Roma, nella sua casa sull’Aventino, in Via Fonte del Fauno. Fu Valeriano Trubbiani ad aprirmi la via per quella visita cui ne sarebbe seguita un’altra, nella primavera dell’anno dopo. Ho rammentato in questi giorni la sua “coscienza cosmica” e quella rara opportunità di colloqui sollecitato dallo sguardo in quel buio d’inferno che fu lo sterminio degli ebrei di cui con Cagli parlammo come della sua necessità di lasciare l’Italia: “Mi trasferii a Parigi alla fine del ’38 a causa delle persecuzioni razziali fasciste. […] Mi sono successivamente arruolato nell’esercito americano partecipando alla seconda guerra mondiale in Normandia, Belgio, Germania. Devo dire che in Germania ho capito una cosa molto importante, come artista e soprattutto come uomo. Quella gente, tutto sommato, mi faceva un’immensa pena. Li vedevo fare la fila per avere il pane ed erano uomini e donne sofferenti, mutilati, infelicemente vivi. Dopo la guerra sono ritornato a New York per stabilirmi definitivamente a Roma nel ’48. […] Il fascismo non mi ha ostacolato, ha semplicemente distrutto le mie opere, come, ad esempio, venti metri quadri della decorazione del vestibolo del padiglione italiano alla Esposizione Universale di Parigi nel 1937, venti metri che facevano parte di una ben più vasta realizzazione di duecento metri quadri di tempera encaustica che il ministro Ciano diede ordine di distruggere. E non fu la sola opera contro cui si accanirono.”

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Corrado Cagli in una delle sue ultime foto

Riascolto il ricordo della sua voce in quel mezzogiorno autunnale nel salotto in penombra, le imposte chiuse per proteggere l’ambiente, mentre fuma, in pigiama. La sua non fu solo una reazione privata alla dittatura, ma la volontà civile e politica di segnare un evento testimoniale di cui anche Ancona conserva traccia profonda. Cagli non usò mai, con me, il termine ebraico shoah (disastro, catastrofe). Si soffermò sui processi che avrebbero portato alla realizzazione del monumento di Gottinga a memoria ferita di quella notte, tra il 9 e il 10 novembre del ’38, durante la quale, nella simbologia delle vetrine infrante, ebbero inizio le persecuzioni violente: distrutte, dai nazisti, in Germania, oltre duecento sinagoghe, devastati settemilacinquecento negozi di ebrei, con novantuno morti e oltre ventiseimila arrestati e inviati in campi di concentramento. Il Progetto della scultura (il cui originale si può vedere frontalmente e dal basso in alto) affida allo spazio e alla luce triangolare e concentrica l’orrore di un crimine che si perpetua da millenni (la strage degli innocenti) e che ogni giorno dell’anno è sanguinante coscienza dell’umano nella verità di un artista il quale, con l’assenza della sua intelligenza sensibile (morì a Roma il 28 marzo 1976), accresce, in questo tempo, la nostra solitudine.



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