“Le cose dell’assenza” di Giuseppe Rosato

Il poeta lancianese riconferma, in questo suo libro, la qualità di quella che è senz'altro una delle voci più autorevoli della poesia contemporanea
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Filippo Davoli

di Filippo Davoli

Ci sono buste che entrano a fatica nel pertugio della cassetta. Vi stanno come impiccate, fermate nel loro viaggio a destinazione in una posa innaturale, obliqua, che è tuttavia invitante per il residente che le osserva all’atto di uscire di casa o di rientrarvi. Paiono quasi dire “volevo raggiungerti prima di tutto il resto che c’è qua dentro (bollette, comunicazioni, pubblicità, qualche sparuta cartolina da luoghi improbabili) e per farlo mi sono mantenuta in questa scomodissima posizione. Prendimi, su!”…

Il maestro delle cartoline era Alberto Cappi. Difficilmente mi chiamava al telefono, più spesso inviava cartoline che – da un ufficio postale degno di nota, il suo di Ostiglia (MN) – arrivavano in massimo ventiquattr’ore. Non importava l’immagine che presentassero: erano sue comunicazioni, inviti, quesiti affidati ad un mezzo improbabile che però a lui funzionava alla perfezione. Ma ora che Cappi non c’è più, le poche cartoline che ancora si spediscono giungono da posti di vacanza, evocativi sì, ma in me della poesia di Sereni e dunque, alla fine, di una cospicua dose di malinconia.

Ci sono, dicevo, buste gradite, quelle che sporgono dalla cassetta. Ogni tanto arrivano, sono presenti natalizi inaspettati e parimenti sperati. Sono i pensieri degli amici poeti che inviano le loro cose più recenti ad un sicuro lettore. Così ha fatto recentemente l’amico Chiucchiù (graditissimo ricevimento, ancorché non comunicato in una qualunque forma di ringraziamento al mittente dal caotico maleducato che è il sottoscritto); così fece qualche tempo fa il carissimo Daniele Mencarelli, o Stefano Simoncelli; e Gianluca D’Andrea; e NicolinoRiva, e Silvia Bre, e Andrea Gibellini; e Giancarlo Sissa; e così altri, non tutti ovviamente (per certi aspetti grazie a Dio…). Ma uno che non sfalla mai l’appuntamento è Giuseppe Rosato: a chi obiettasse che non si può scrivere poesia a comando – ed è giusto – replico tuttavia agevolmente che Rosato non scrive libri a comando, ma convive con la poesia. Dialoga con il suo mondo attraverso la poesia, tenta un abbrivio all’assenza della sua adorata e indimenticabile Tonia attraverso le corde della poesia, comuni ad entrambi. Altre volte, leggendo l’amore carnalissimo e delicato che Peppino donava nelle sue epigrafi alla moglie scomparsa, si provava il desiderio di poter essere nati femmina ed essere stati amati così.

In realta, lui stesso mi ha rivelato – non più di due mesi fa – che non si tratta di nuovi libri, ma di lavori pregressi da

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Filippo Davoli e Giuseppe Rosato (gennaio 2014)

conchiudere, perché dalla scomparsa di Tonia lui progressivamente non ha scritto più. Tale e tanto doveva essere ed è ancora l’amore, e il dolore, di quell’assenza.

Si può capire. Non solo si può capire questa forza amorosa dispiegata nei versi da una delle migliori penne della poesia italiana contemporanea. Si può cogliere in pienezza che questo sentimento sia insopprimibile e colmo come il primo giorno, se si ha avuto la fortuna e l’agio di conoscerla e di frequentarla, Tonia Giansante. Che era una donna, un’amica, una moglie, una madre e un’artista di umanità difficilmente raggiungibile o anche solo imitabile. La cara Tonia manca molto pure al sottoscritto il quale, pur non vivendo vicinissimo a Lanciano e dunque non avendola potuta frequentare quotidianamente, tuttavia l’ha vissuta anche lui, vicinamente, maternamente, fraternamente, come una delle migliori occasioni della vita, letteraria e non.

Giuseppe Rosato mi raggiunge nella cassetta della posta con Le cose dell’assenza (Book editore). Anzitutto un plauso a Massimo Scrignoli e alla sua casa editrice, per la passione e la cura che mette nel dare alla vita un nuovo libro. Quindi, la rinnovata emozione dell’incontro: con Tonia, con Peppino, attraverso le parole di lui, e nella grazia assoluta di una poesia che può ancora dirsi tale. Che non insegue innovazioni o minimalismi alla moda, che non è fine di un impegno ma mezzo efficace e felice di una necessità; che sa ancora raccontare un mondo – colmo di vuoti ma densissimo di entità – in grado di riscaldarci la vita almeno quanto ce ne dà la percezione di una distanza incolmabile.

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la copertina del libro

da Le cose dell’assenza:


*

Non tentarlo, il mistero, lascialo
murato dentro la domanda
del suo primo proporsi, che non chieda
la fatica impossibile
di provare a rispondersi, palliare
nell’illusione il gesto che non può
per statuto consistere. Eppure
insiste l’inganno della nebula
che sembri prossima ad aprirsi
o diradarsi in un pulviscolo
invece fermo, ferreo, una grata
che non si smaglia. Il giorno
sale e vi si reclude, dalla luce
la stimmata del buco nero
piagata oltre la rètina.

*
Lunga sera di aprile, silenziosa-
mente schiusa ai replay della pellicola
muta, che assembra volti
delusi alla parola, li confina
dietro un vetro insonoro. Erano muti
d’altre insonorità i pomeriggi
del chiuso inverno aperti alla memoria
che un sentore di neve chiamava
ai colloqui lunghissimi
con bocche amate e perdute.

*
Ora che sei nel mare la tua immagine
tremando approda sulla riva
segnata appena dalla sabbia, il volto
scompone e ricompone il flusso lieve,
lo fa vedere sempre in fuga. Sei
la distanza ora solo, si disperde
la traccia dopo il breve
soprassalto, ogni volta.

*
Tutta una notte a guardare la neve
venire e andarsene, la nube rossa
a inseguire la bianca, cavalcarla,
rimettersi in fuga. Ma quanta
distanza a dividere dall’alto
silenzio e il lieve scuotersi dei vetri,
e non una parola a farsi un varco.
L’ultima neve dell’inverno
non ha niente da dirmi o a troppo cieco
bunker si volge che si chiude ad ogni suono
di voce o di silenzio, lascia
fuori di sé a transitare e perdersi
alta e distante quest’ultima grazia.

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Giuseppe Rosato

 



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