Federico Spoltore, negli spazi dell’emozione

Il ricordo del grande artista, nelle parole del poeta Giuseppe Rosato
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Giuseppe Rosato

di Giuseppe Rosato

La notorietà di Federico Spoltore (Lanciano, 1902- 1988) si era prodotta su scala internazionale sul finire degli anni Trenta, quando la sua attività prevalente era confluita nella ritrattistica. Da quegli anni, quindi poi a cavallo della guerra e fino ai primi anni Cinquanta, egli aveva letteralmente girato il mondo, eseguendo per chiamata innumerevoli ritratti “ufficiali”, di uomini di Stato, di regnanti, di esponenti della cultura. A Varsavia il presidente Pilsudsky, a Mosca Gorkij, a Sofia Re Boris e la regina Giovanna, a voler fare alcuni nomi; e ancora alle soglie del conflitto Stalin, Mussolini, Hitler, papa Pacelli. La serie sarebbe seguita nel dopoguerra, con i ritratti – tra i molti altri – di Truman, del cardinale decano degli Usa Dougherty, di Einstein; e nel ’48 del primo presidente della repubblica italiana Enrico De Nicola.

Ritratti a parte, il lavoro di Spoltore si era indirizzato sul vario fronte della pittura figurativa, con una particolare attenzione all’arte sacra: tra il ’52 e il ’56 realizzava la tela destinata alla decorazione della Chiesa Madre drei Gesuiti di Palermo, opera imponente di oltre mille metri quadri di pittura, oggi tutelata dal vincolo di conservazione dei Beni Culturali.

Ma già dal periodo successivo si preannunciava la svolta che avrebbe di lì a pochi anni caratterizzata tutta la successiva opera del pittore abruzzese, che lui avrebbe definita semplicemente “non figurativa”. Sul principio teorico del Centroemotivismo, da lui enunciato in un saggio uscito nel ’59, prendeva avvio una ricerca poggiante sulla presenza e sul peso dell’emozione nell’impatto tra realtà e visione artistica. Suddviso in periodi distinti ma correlati da un unico filo portante, il percorso post-figurativo di Federico Spoltore si accentrava infine su tre cicli fondamentali: la Genesi, la Musica, il Cosmo. Notava opportunamente Enrico Crispolti che la svolta (com’egli l’aveva definita) non poteva confondersi col proposito di molti altri artisti, non più giovani, tentati ad aderire a nuovi credo predicanti la rottura con la tradizione, così come sembravano postulare quegli anni. Che l’operazione di Spoltore esulasse invece invece totalmente da tale finalità basta a dirlo già il fatto che soltanto nel ’64 egli aveva ufficializzato i frutti di una ricerca avviata (come s’è detto) da quasi un decennio:e ciò avveniva in una grande mostra romana, al Palazzo Rospigliosi.   Non era dunque in predicato nessun progetto di adeguamento dettato da più comode gratificazioni, bensì la riconsiderazione alle radici dell’intera esperienza fin lì vissuta da uomo e da artista. La caduta del diaframma interposto dalla “prepotenza del reale” non solo consentiva a Spoltore di portarsi pittoricamente oltre, negli spazi che la percezione emozionale gli apriva, ma faceva strada verso la scoperta ulteriore di sé, propiziando la restituzione visibile del potenziale intimo di spiritualità, che si lasciava coinvolgere sempre più pienamente col fatto d’arte.

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F. Spoltore, Affresco sulla volta della Chiesa del Gesù (casa professa dei Gesuiti) a Palermo

“Io mi propongo”, scriva lo stesso artista, “di comunicare agli altri le mie emozioni nella loro autentità entità, avvalendomi in ciò delle stesse immagini con le quali esse si rappresentano al mio sentimento”. Siamo così al linguaggio dell’emozione, ovvero all’emozione che si fa realtà raffigurabile, secondo assunzioni variabili che, come già si è accennato, venivano confluendo nei tre momenti di ricerca e di sperimentazione, a incominciare dalla Genesi. Dalla materia, rappresa in nuclei magmatici, si fa spazio sempre più definitivamente la luce, eletta a centro vitale dal quale muove e s’irradia l’origine di tutto. Attorno a questo centro ruota la materia pittorica, disponendosi a volte nella distesa serenità di chiaroscuri aurorali, altre volte in inquieta corona di elementi in movimento, come cercando la stasi. Ma poiché il concetto di genesi ha una dimensione emotiva illimitata, infinite sono le suggestioni, e le immagini che ne discendono: la genesi infatti, quale origine cosmica della realtà, “ha in se stessa il principio di tutti i possibili fenomeni emotivi”. E sono, queste ultime, parole ancora dell’artista.

A questo ciclo speculativo Spoltore ne faceva seguire in rapida e, per certi versi, conseguente successione un secondo, nel quale il confronto si poneva con la musica, e quindi con un suo possibile “linguaggio”. Si fa spazio ad una gamma ancor più ampia e variata di definizioni segniche e cromatiche: i colori, e spesso insieme una ritrovata fitta grafia, non gravitano più attorno ad un nucleo ma si distendono per trame aperte che si espandono nell’intero campo pittorico, prendendo in prevalenza un chiaro indirizzo verticale, o diffondendosi in una larga decantazione ritmica tendente ancora, per fasce orizzontali, al movimento ascensionale. Da Bach, amatissimo da Spoltore, a Beethoven, da Chopin a Liszt, Mozart, Ciaikowskj, e ancora Brahms, Vivaldi, Ravel, Boccherini, Paganini, si distende il campionario degli autori dai quali il pittore mutua – come per affinità elettive – l’impossessamento di ragioni emozionali che dal loro primo proporsi si destinano a farsi trama e sostegno della trasposizione nel duplice sistema espressivo: dei quali l’uno, il musicale, tocca risultati che si sarebbero detti inarrivabili dagli altri media artistici; mentre l’altro, il pittorico, si avvicina qui straordinariamente a toccare a sua volta le medesime vette dell’ineffabile.

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Federico Spoltore

Infine i lavori del ciclo definito cosmico segnano, dalla metà degli anni Settanta, l’approdo alla totalità del convolgimento emotivo. Si entra in una dimensione ancora nuova, davvero nella sfera dell’intuizione pura e della spiritualtà più alta. Il passo ulteriore nel percorso emotivo-spirituale porta mutamenti di rilievo nelle opere di Spoltore. Non piùù le rarefatte atmosfere del ciclo della musica, né l’aggregazione attorno ad un fenomeno centrale, come della Genesi. Il momento epifanico centrale si dilata adesso occupando l’intero campo della tela, evidente segno che il centro dell’emozione cede il posto al tutto emozionale, cosicché ad un punto circoscritto, fatto essenzialmente di luce, si sostituisce la totalità della rivelazione.

Per gradi, dalle Armonie cosmiche alle Risonanze cosmiche e agli Spettacoli cosmici, la partecipazione del pittore si assolutezza: e ne vibrano colori accesi, fluorescenti, come percorsi da inedite luminescenze minerali. Ne nascono immagini che sembrano aver trasformata la sensazione di stupore e tremore – che aveva accompagnato il primo approccio con il mistero della genesi – in esaltazione gioiosa, di puro godimento a fronte di un ultra-mondo finalmente attinto come dimensione assoluta dello spirito, assai prossima alla dimensione mistica.

Organicamente, per tempi e per fasi operative sempre ragionevolmente plausibili e con esiti comunque di accertato spessore,

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F. Spoltore, Genesi, 1962

l’arte di Spoltore si era portata a quei vertici di valore assoluto.

In quella fase febbrile e allucinata della sua ricerca ultima confluivano le ragioni di tutta l’attività precedente, una per una le diverse esperienze che n’erano susseguite, al punto da doversi dire che esse fossero sempre propedeutiche all’avvicinamento di un traguardo più alto, unico e risolutivo.   



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