Alessandro Moscè
“Hotel della notte”

Il nuovo libro di versi dello scrittore fabrianese, nostro collaboratore
- caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

di Andrea Liverani

“Mi riconosco in chi è qui, / tra chi parla e chi annuisce, / tra chi aspetta un pullman e chi bestemmia”. Sono questi alcuni versi iniziali di Alessandro Moscè, poeta marchigiano che ama la dimensione urbana, circoscritta in un ambito topografico definito, tra la sua Fabriano racchiusa nei borghi, nei vicoli e nei giardini, e la costa adriatica, in particolare nella rivisitazione di città marine come Ancona, dove Moscè è nato, e Pesaro, una delle mete estive preferite. Saba e Sereni, Penna e Gatto sono i suoi padri letterari nella forza lirica, a volte elegiaca, ma anche i conterranei Volponi, Scataglini e Piersanti.

HOTEL

la copertina del libro

 

L’ultima raccolta di versi dal titolo Hotel della notte (Aragno, Torino 2013), riunisce una dimensione appunto di luoghi e una volontà percettiva che dalla territorialità ascende alla metafisicità. Infatti Moscè si intrattiene a lungo nel dialogo con i morti, come l’omino della casa di riposo, Pierino (quasi una figura caricaturale), in una suite davvero molto intensa, efficace nella resa felliniana, come più critici hanno evidenziato. La raccolta poetica potrebbe essere accompagnata dal suono di una fisarmonica e da piccoli, grandi accadimenti filmici, malinconici e aggraziati. I personaggi di Moscè sono marginali, diseredati, ma non scontati. Nella surreale immaginazione disegnano Dio, la Madonna, il futuro, paradisi, inferni ecc. Alessandro Moscè fiuta una psicologia esistenziale tra essere e tempo come vorrebbe Heidegger,  dove gli spazi appaiono sempre amplificati perché l’essere è una possibilità inserita in ogni momento nel processo del divenire, sospeso prima nell’infanzia e poi nell’età adulta, tra il sogno e l’inventiva. La natura umana nel senso dell’insieme dei caratteri costitutivi e dell’ambientazione, non rimane mai ferma, pur essendo Moscè un residenziale (come Pavese nella sua Langa).

alessandro_mosce

Alessandro Moscè

L’uomo non è qualcosa di “dato”, perché trascende da se stesso in un insieme di significati, in una poesia fervida di costellazioni autobiografiche, di storie singolari, di vicende contemporanee. La sezione Suite per Pierino era stata pubblicata interamente sulle pagine di “Poesia” dei mesi luglio/agosto 2012 con una nota introduttiva di Maria Grazia Calandrone, che ne aveva colto il senso di pietas e il candore di un’unione empatica tra l’io e il suo amico “spinto nella brezza”. “Allora addio Pierino, / mi raccomando: / non fumare troppo, / metti l’orecchio nella crepa del muro, / ogni tanto, anche controvoglia. / La morte ci reinventa, lo sappiamo / e lo vogliamo credere, / sì, credere”. Proprio Pierino rappresenta la località e l’universo intero nelle domande senza risposta, nella descrizione della ferialità, nella presenza misteriosa, nel passaggio cadenzato delle stagioni. Moscè compone la geografia interiore delle vicende terrene: la scoperta dell’amore, la partenza e il ritorno, l’intreccio di  memoria. Ogni un dialogo è seduttivo, una scoperta infrangibile. Nell’ultima sezione di Hotel della notte, menziona le cose come avessero un’anima. Dallo specchio all’accendino, dalla cabina telefonica all’orologio a muro. Infine una sorta di poemetto in cui viene rivelata la totalità dell’osservazione: “Compaio e scompaio / sulla riva del niente / a commentare un’anima / e l’abbandono novembrino / di nubi estrose che corrono via”. Sponde e orizzonti costituiscono il limbo dei vivi e un hotel dove incontrare gli affetti di ieri e di oggi per segnare le ore e una scena infinita. Un hotel dove si entra e si esce senza chiedere permesso.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X