Male estremo e bene radicale
Il film su Hannah Harendt

Un altro capolavoro di Margareth Von Trotta
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MARCUCCI

Enrico Marcucci

di Enrico Marcucci

Il  film dell’attrice e regista tedesca  Margarethe von Trotta, proiettato nelle sale cinematografiche italiane fino a poche settimana fa, ricostruisce attraverso l’elaborazione in termini personali  e di teoria filosofica da parte della regista stessa,  gli anni che hanno costituito il periodo centrale della vita della filosofa ed intellettuale apolide ebrea Hannah Arendt, quelli cioè che vanno dal 1960 al 1964. La scena si apre con una Arendt  già matura, fiera e accanita fumatrice, che vanta importanti pubblicazioni di teoria filosofica e politica e che è solita ritrovarsi con amici intellettuali a discutere  d’attualità e principi nella sua casa di New York, in cui si era trasferita nel 1940 dalla Germania con il marito, il poeta Heinrich Blucher.

Veniamo posti immediatamente al centro della questione tramite footage originali del 1961 che riportano il processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, rifugiatosi a Buenos Aires e catturato per mano dei servizi segreti israeliani.
La Arendt se ne interessa subito e nonostante i dubbi di molti colleghi, marito compreso, si mette subito a lavoro. Avrà vicino inizialmente soltanto il sostegno dell’amica scrittrice Mary McCarthy.  Chiede così alla celebre rivista della city “New Yorker”, di essere inviata come reporter a Gerusalemme per studiare il caso da più vicino.  Hannah,  ascoltando il gerarca nazista giustificarsi adducendo di essere un semplice esecutore di ordini e leggi nazionali ed esaminando meglio attentamente gli atti processuali, notò che Eichmann era tutto, fuorché anormale. E questa era la cosa terribile. Fosse stato un sadico sanguinario che provava piacere nel raccontare le proprie brutalità sarebbe stato meno temibile;  per Eichmann era diverso. Le cose che diceva, e il modo in cui le diceva, rendevano Eichmann semplicemente un uomo senza idee proprie; Eichmann poteva essere chiunque, chiunque non si rendesse conto di cosa stesse facendo, tutto teso a far carriera, a compilare fascicoli e resoconti,  fare calcoli, a dare ordini senza fermarsi un momento a considerare, essendo impossibilitato a considerare.

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i veri Adolf Eichmann e Hannah Harendt

Eichmann, ridotto così ad un ingranaggio, ad una macchina, contribuiva a creare inconsapevolmente una realtà in cui prima ancora di intelligenza o ragione, mancava la capacità di sentire, di immaginare cosa egli stesso stesse facendo.
In Israele inoltre, la Arendt viene a conoscenza di testimonianze di diversi sopravvissuti che rivelano l’evidente connivenza e condiscendenza di alcuni leader di comunità ebraiche europee, nei riguardi dei nazisti. Nel  corso delle riflessioni della Arendt troviamo diversi  flashback che la ricordano giovane studente del professore Martin Heidegger, con il quale fu sentimentalmente legata per  un certo periodo al  tempo dell’università e che sembra ritornare nel ricordo quasi a motivare e sostenere le scelte presenti della protagonista. Splendido il passaggio in cui la giovane Hannah chiede al celebre filosofo di essere aiutata a pensare. Heidegger non ha metodi da suggerire, tranne il semplice (e tremendo) suggerimento di cercarlo in sé stessa, dal momento  che per il filosofo il pensiero è un’entità assoluta, sciolta perciò da ogni rapporto.

La ricerca della Arendt, tesa più alla genesi del male che alla sua manifestazione, la fa arrivare a considerare che per l’essere umano è un male diventare inconsapevole volontario, arma e strumento intenzionalmente inconsapevole nelle mani di qualcun altro. E questo è il fatto più comune e banale che possa accadere, che il potere (e non solo un regime totalitario ma qualsiasi forma di potere), può utilizzare a proprio piacimento in molteplici maniere. Le vicende del processo a Eichmann portano la Arendt a mutare completamente la sua prospettiva circa il male: questo non è più “radicale” bensì “banale”, compiuto cioè senza consapevolezza e per di più non da mostri, ma da gente comune. Scrive, in una sua lettera del 1963 a Gershom Sholem:

“Ho cambiato idea e non parlo più di male radicale. […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. (…) Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

E sull’assunzione di queste conclusioni (che la resero preda degli attacchi della stampa internazionale, nonché dell’ambiente universitario in cui insegnava) si chiude il film, aprendo allo spettatore un orizzonte teso, quasi volendo invitarlo a cogliere nella realtà (se va a fondo cioè di ciò che vive e accade intorno a lui)  la radicalità di quel bene senza il quale l’uomo non avrebbe altrimenti il bisogno continuo di essere libero, di essere importante, di cercare un senso.

La scenografia è intrisa di colori scuri, marroni, grigi e colori tipici degli anni ’60, considerando che la maggior parte delle scene vengono trattate all’interno di aule, stanze o comunque luoghi chiusi, dichiarando l’attinenza del film con il periodo storico in questione. Viene messa in luce la protagonista nelle sue meditazioni e riflessioni, nei suoi momenti di forza e fragilità, di scontri e solitudine, in famiglia, a lezione o con gli amici, nell’ostinazione di rivendicare, ovunque si trovasse, la propria libertà di pensiero e le ragioni di quest’ultimo. Azzeccata poi la scelta di mantenere il film in inglese (troviamo i sottotitoli), proprio ad evidenziare la non corretta pronuncia della lingua da parte della Harendt, e le difficoltà che questo fatto le provocava nelle relazioni con gli altri intellettuali americani, motivo che spiegherebbe meglio anche la causa della sua apparente altezzosità.

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la locandina del film

Già in passato abbiamo trovato la regista del film, Margarethe von Trotta, alle prese con ritratti di donne dissidenti ed “esclusive” come ad esempio nel 1985, con il film Rosa L., in cui immortalava la figura della leader marxista Rosa Luxemburg, interpretata dalla stessa Barbara Sukova che qui impersona la Arendt. Nel 2009 invece è toccato alla figura della religiosa, naturista e mistica cristiana del XII secolo Hildegard von Bingen, raccontata nel film Vision. L’approccio della regista ai temi trattati, seppur a volte risulti didascalico, non è mai artificioso o prettamente documentaristico, pur restando fedele a date e fatti storici. Von Trotta firma, insomma, un altro capitolo imperdibile della sua filmografia.



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