“A proposito di Davis”

Il ritorno al cinema dei fratelli Coen a 3 anni da "Il Grinta"
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GIACOMO-ALESSANDRINI

Giacomo Alessandrini

di Giacomo Alessandrini

Tornano in sala i signori incontrastati della commedia nera americana: Joel e Ethan Coen. Il nuovo film della celeberrima coppia di registi, Inside Llewyn Davis, tradotto in Italia con A proposito di Davis, segna un punto di svolta nella carriera cinematografica di questi originali artisti, già gonfia di capolavori. Ci troviamo di fronte ad un film politico, sovversivo e anticonformista, di feroce critica a quella intellighenzia di falsi artisti che, con troppa facilità, si svende, lasciandosi ammaliare dall’illusione di un facile guadagno. Il vero musicista, il protagonista dell’opera (ottima la recitazione di Oscar Isaac), rimanendo fedele ai propri principi e rinunciando alla messa in mostra di un prodotto in grado di richiamare le puerili masse, rischia di finire nel dimenticatoio, o peggio ancora, schiavo della routine quotidiana in un mondo privato della bellezza. I richiami alle opere precedenti sono moltissime, a partire dalle numerose inquadrature asciutte tratte da L’uomo che non c’era, o quell’impercettibile e lento divenire degli eventi in A Serious man, passando per una scelta del racconto in stile “odissea urbana”, che possiamo ritrovare in almeno due dei loro lavori più complessi e scanzonati: Fratello, dove sei? e Barton Fink.

I Coen hanno una capacità unica al giorno d’oggi, e questa ultima fatica ne è stata la conferma. Possiamo prendere uno qualsiasi tra i personaggi presenti nella pellicola e trarne una storia. Sono stati accuratamente caratterizzati e studiati nel dettaglio. Ogni attore e relativo bagaglio di esperienze, hanno un ruolo chiave all’interno dell’intreccio narrativo (per quanto breve possa essere la permanenza sullo schermo). Si ha la sensazione di guardare più film contemporaneamente, drammi differenti uniti da quell’ironia, da quel disagio nei confronti della vita, da quell’adattamento necessario da bloccare i bollenti spiriti degli interpreti. Un fato avverso muove le pedine, un Dio vendicativo giudica le scelte di Llewyn Davis; viene così sconfitto in partenza nella sua triste e solitaria crociata contro la superficialità. Tutto ruota apparentemente attorno alla musica e l’imminente avvento del rock, con la morte delle bellissime e struggenti canzoni folk, a favore di un genere nuovo, capace di spianare la strada a quel sogno di ribellione che presto sarà bandiera di una generazione oppressa; ma soprattutto, utile a saziare le asciutte tasche delle case discografiche.

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“A proposito di Davis”, una scena

La chiave di lettura è da ricercarsi nel titolo dell’opera che, oltre a rimandare al nome del primo album solista di Llewyn, ci dà una precisa indicazione circa il ritmo e la predilezione per un certo “uso passivo” del montaggio. Le immagini che scorrono lente, il protagonista privato di spessore carismatico e scopo, quel senso di oppressione e immobilità che governa un’America dove non smette di piovere, l’assoluta angoscia dello spettatore durante e dopo la visione, l’incertezza nelle azioni dei personaggi che sembrano subire passivamente le previsioni della sceneggiatura; sono tutte scelte adeguate al messaggio finale della pellicola. Il finale (del film, non della storia) indica che il prodotto cinematografico, per come lo intendiamo noi (con i suoi canoni e le sue regole non scritte), è una mera illusione. Non c’è distanza tra l’osservatore e l’osservato, i ruoli si confondono. In realtà stiamo guardando, appunto, dentro Davis. In sala subiamo le conseguenze di una vita priva di consistenza, un’esistenza guidata dal caso e dalle frustrazioni di una carriera passata a dimenticare la morte, non solo di un amico e collega (Mike), ma dello stesso concetto di arte. Il protagonista non è uno “sfigato”, così come lo identifica l’attrice Carey Mulligan, ma un eroe tragico, distrutto da un ambiente saturo d’indifferenza e privo di emozioni, votato al massacro e schiavo del ciclo di morte e rinascita della figura cantautorale. L’unica speranza per la musica viene così riposta in un giovanissimo ragazzo che possiamo intravedere nella sequenza finale.

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un’altra scena del film

E’ riccio e di origine ucraina. Suona sempre quella dannata armonica a bocca…
Non aspettatevi di trovare un film qualunque, bensì una piccola opera d’arte. E come ogni opera d’arte, interpretabile da tutti e da nessuno.

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la locandina del film



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