Chiude la bottega di Giuseppe Balietti,
falegname da 25 generazioni

ARTISTI DEL MESTIERE - L'artigiano recanatese si racconta: "Lavoro il legno da quando ho iniziato a camminare". Per il futuro propone: "Le amministrazioni dovrebbero permettere a quelli come me di insegnare ai giovani"
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Giuseppe Balietti nel suo laboratorio

giuseppe_balietti-7-650x462di Marco Ribechi

Esiste a Recanati un tesoro quasi sconosciuto, un po’ nascosto tra le vie del centro, a metà strada tra la torre del Passero Solitario e Casa Leopardi. E’ la piccola bottega dove è nato e cresciuto Giuseppe Balietti, falegname e figlio di falegnami da 25 generazioni. Quante sono 25 generazioni? Più o meno 385 anni prendendo come punto di riferimento gli indizi presenti sulle capriate della chiesa del San Pietrino che riportano la firma del suo più antico predecessore: Balietti Antonio 1629.
Non esistono in Italia altre botteghe come quella di Giuseppe, ci troviamo di fronte ad un fatto unico, la sua era già una famiglia di falegnami prima ancora che esistessero le falegnamerie, perché “una volta il falegname non aveva la bottega ma solo i ferri e il banco. Quando si lavorava per i padronali, ci si spostava con tutto il necessario, loro stessi fornivano il legno per le opere e poi alla fine del lavoro si dividevano gli scarti a metà”.

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Una delle macchine storiche di Giuseppe

La falegnameria di Giuseppe a prima vista sembra un luogo qualsiasi, ordinario. Attrezzi, pianali, pezzi di legno sparsi un po’ ovunque, lavori completati e lavori da completare. Quella del falegname è sempre stata un’occupazione umile, non ci sarebbe motivo di trovare stucchi e lustrini come nei caffè e nei ristoranti d’epoca, qui tutto è utile e pragmatico. Ma ciò che ne rappresenta il patrimonio ed il vero valore sono le storie che aleggiano tra le assi e i chiodi, affreschi di un’epoca ormai superata conservata solo nei ricordi.
“Io in questa bottega ci sono nato – afferma – tutto era qui”. Al centro della stanza mio padre scaldava la colla, qui dove siamo ora c’era la cucina. Da quando ho imparato a camminare ho sempre fatto il falegname. Prima ho imparato a drizzare i chiodi, sembra stupido ma bisogna impararlo, poi ad usare la carta vetrata. Da bambino cercavo di guadagnare qualche soldo con piccoli stratagemmi: a volte rompevo i vetri delle case dei ricchi così poi mio padre mi mandava a ripararli, li rompevo e li riparavo! Poi facevo i monopattini con i cuscinetti per gli altri ragazzini. L’arte è proprio questo, sfruttare quello che sai fare”.

E tra le pagine dei ricordi di Giuseppe emerge anche tanta maestria e conoscenza della professione: “Le macchine che vedi sono tutti pezzi d’antiquariato, le faccio funzionare solo io. Oggi vai in una falegnameria dieci volte più grande della mia e trovi un solo operaio, fanno tutto le macchine. Se restano senza elettricità sono finiti. Io qui utilizzo solo testa e olio di gomito, e purtroppo questa tradizione si sta perdendo”.

giuseppe_balietti-1-650x450Scopriamo che dietro ogni opera, ogni lavoro commissionato esiste un rapporto di affetto, un legame che va oltre il mero scambio economico. “Essere falegnami è una scuola di vita. Le professioni si arrangiano ma le coordinate, il rispetto degli altri, per il lavoro, la serietà non si improvvisano. Io entro nelle case degli altri, nei loro spazi di intimità, creo i loro ambienti, i luoghi in cui dovranno vivere. La cosa più bella di quando finisci un lavoro è la soddisfazione del cliente. Naturalmente anche il conto è importante, perché è con quei soldi che devo vivere ma se non ricevo un complimento, una parola di elogio mi dispiace. Mi dispiace più che non ricevere i soldi perché in questo lavoro la conoscenza e il sacrificio sono grandi e una buona parola è una soddisfazione che bisogna dare”.
La sua maestria diventa palese quando ci mostra qualche lavoro da poco terminato, come ad esempio uno specchio d’epoca prima distrutto e ora restaurato. Nelle sue parole si svelano i segreti di un artigianato che facilmente travalica il limite della creazione artistica vera e propria. La conoscenza dei legni, delle differenti durezze, l’assecondare le venature e le curvature del legno, il saper disegnare le forme, tagliare, intagliare, sono tutte capacità che non si possono improvvisare ma vanno coltivate negli anni, a volte nei secoli.
Purtroppo con il nuovo anno Giuseppe ha deciso di non riaprire più il suo negozio se non per fare qualche lavoro per la sua casa, per passare il tempo come hobby. Con lui non finisce solamente una lunghissima tradizione di falegnami ma anche una parte della nostra storia, della nostra esistenza. La parola “tesoro” deriva dal greco e significa magazzino di oggetti preziosi. La sua bottega, di cui lui stesso fa ormai parte, è sicuramente un tesoro inestimabile che per quasi 4 secoli ha reso unici gli arredi e gli infissi di case, chiese, e palazzi abbellendoli ma anche riparando oggetti di uso comune che hanno ascoltato e custodito i sogni, i dolori, gli amori e tutte le esistenze che sono entrate in contatto con loro.
E proprio da Giuseppe, che evidentemente per la sua allegria non è troppo soggetto a malinconie, riceviamo una proposta per il futuro quasi illuminante per la sua semplicità: “Io credo che sarebbe molto bello se le amministrazioni prendessero questi 4 o 5 artigiani storici come me sparsi nel territorio valorizzandone l’operato. Basterebbe dare una piccola integrazione sulla pensione, prendere un locale e qualche ragazzo uscito dalla scuola a cui insegnare il mestiere. Così si potrebbero unire teoria e pratica e offrire l’apprendimento di una professione che seppur umile non teme la crisi. Non lo dico perché voglio farlo io ma perché è un mondo che sta scomparendo, ed è un peccato.”
Potrebbe forse essere proprio questa la strategia anti-crisi per l’Italia e soprattutto per una regione prettamente artigianale come le Marche? Ripartire da ciò che sapevamo già fare allontanandoci dalla noiosa omologazione, respingendo il consumo immediato a tutti i costi per valorizzare sostenere e riconoscere le nostre tradizioni, i valori aggiunti dei nostri manufatti e soprattutto rispolverando la cultura italiana che non ha bisogno di omologarsi per estetica e valori? Non è proprio grazie alla creatività e alla dedizione di questi artigiani che l’Italia conserva ancora intatta la sua unica e cangiante bellezza? Dopo aver conosciuto Giuseppe, la sua arte ed il suo amore per la professione, la gloria della sua storia, provo vergogna e colpa nell’osservare i miei mobili usa e getta da catalogo svedese.

(Foto di Georgia Oro)

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