I vostri inediti
Andrea Capodimonte

Un racconto di un nostro lettore di San Severino Marche
- caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

Anche questa settimana ospitiamo un racconto. Lo firma Andrea Capodimonte, di San Severino Marche. Si tratta di una sorta di flusso di coscienza, sospeso tra onirico e reale, e condotto con grande controllo della scrittura.  

i-vostri-inediti

Del come vivere molto meglio

Io voglio solo guardare dritto a terra con gli occhi puntati sulle mattonelle con le scanalature grigiastre del cemento vecchio e calpestato da tutti i camminatori senza speranze; in un cortile poco illuminato ché non c’è più nessuno in giro e si risparmiano soldi con le luci focus in alcune centrali zone. Spero ogni tanto qualcuno si degni di passare davanti la mia vista, così che possa avere la volontà di guardare un po’ più alto dell’angolo in cui s’incontrano le tre direttrici del cortile. Così che il solo udire dei passi che s’avvicinano tra il silenzio della solitudine di quattro piccole lampadine mi destino e m’introducano in quella fase delle spie sensibili di cui il corpo umano ha bisogno per provare a fare qualcosa. Mi chiamano però al cellulare, con un numero segnato sulla rubrica: Franco; lo lascio squillare per sentire il rimbombo dell’interesse di qualcuno finché il dito non mi scivola sul tasto verde del chiamata accettata e allora rispondo e dice che non c’è niente da fare, mi vogliono in biblioteca al più presto. Io sono lì sotto ma loro non lo sanno, ché la luce è talmente tanto poca che sono un ritratto scolorito su un muro, immobile che non si sospetterebbe ci fosse vita in quel sangue che scorre nelle vene. Devo solo decidere quanto riuscirò a sopportare la quiete della spensieratezza ed iniziare a rendermi conto che ogni cosa si paga. Mi alzo da quella quiete forse troppo velocemente e mi gira la testa ma non troppo da non riuscire a camminare; è un giramento prodotto dall’ansia dovuta al doversi muovere, risolvere i problemi per crearsene degli altri però ormai sono in moto e mi lascio trasportare dal mio stesso corpo, più coraggioso della testa. Varco la porta che dà su uno stanzone anche questo poco illuminato che sembra brillare della luce di un paio di candele, con le mattonelle colore caramello e il tetto non lo so, ché nonostante tutto il collo non vuole rimanere dritto. C’è una porta che invece brilla d’insegne luminose ed è in fondo lo stanzone, avanti a questa ci sono delle colonnine con neon rossi sopra, che però sono luminosi nell’arco di venti centimetri ma che non illuminano un bel niente: segnaletiche. Mi segnalano la fine, so che passato quello è tutto un soffrire per chissà quanto. Ma non ho più nulla da perdere; m’avvio camminando esattamente con lo stesso passo tenuto fino a quel momento: il giubbone lungo mi accarezza le ginocchia e fa un leggero schiocchio che in questo silenzio è come un grido: sono talmente vicino che le colonnine m’illuminano gli occhi e allora entro, ma non sono preoccupato, non finché non succederà qualcosa veramente.
Il sibilo mi entra nelle orecchie e distrugge tutto quello a cui pensavo e rimango travolto per dieci minuti senza pensare, sono fermo e vuoto e penso solo al dolore di un timpano che sta per esplodere; che poi dicono che queste sirene non vengano percepite dall’orecchio ma direttamente dalla mente, forse non è nemmeno un suono, io non ne so niente della nuova tecnologia che gira in questi posti ultimamente; però dimentichi, dimentichi di essere vivo per dieci minuti. Poi sono bastonate sulla schiena e calci sui denti e sangue e lacrime e liquido giallastro che non so cosa sia: mi stanno uccidendo e dicono che i minuti successivi alla sirena delle colonnine faccia sì che tu viva al massimo il tuo corpo: una volta i drogati li utilizzavano per fare sesso; dieci minuti di non-vita per del sesso che soddisfi veramente ogni tuo lembo di pelle: ma si assuefacevano e la non-vita era meglio del sesso per un processo che si creava nel cervello, a seguito delle botte di questa droga acustica, preferivano spegnersi.
Il risveglio è in una metro quadro di spazio, sono solo e messo su un letto che mi ricorda un crocifisso. La luce è talmente forte che penso vogliano bruciarmi gli occhi. Poi aprono la porta due vecchi e mi guardano da fuori e gli chiedo, quando potrò? ma non mi rispondono e mi guardano e basta, senza espressione. Rimangono lì per almeno un ora, in silenzio e osservandomi apaticamente. Guardano ma sanno già tutto, mi chiedo però se si chiedano i motivi del mio gesto, forse per quello mi guardano. Invece, magari controllano le mie ferite e vorrebbero infliggermene delle altre, vogliono il mio sangue e vogliono il mio corpo maciullato in tanti pezzi. Io li continuo a fissare ma non penso a niente, loro non sanno che io voglio pagare.
Dopo un tempo indefinito mi vengono a prendere con un carrello che volteggia nell’aria, mi ci caricano sopra anche perché io non riesco a muovere nessuno dei miei arti. Passiamo in mezzo a infinite librerie piene di libri, tutte in ordine, nessuno fuori posto. Ogni tanto sento una musica elettronica in sottofondo che scatta ritmicamente, credo venga dalle sale affianco al corridoio che stiamo percorrendo. Siamo quasi arrivati alla sala dove finalmente finirò la mia storia.
C’è un portoncino piccolo che si apre non appena noi gli siamo vicini: viene risucchiato dal muro senza alcun rumore. Ecco la folla silenziosa, che guarda intensamente noi che avanziamo e siamo arrivati al centro. Rimangono tutti in silenzio mentre io sono eccitato, perché sono riuscito ad arrivare dove volevo arrivare. Gli occhi mi scattano da destra a sinistra, su e giù, e sembra che ogni volta provochino un tic, talmente tanto immobile è il resto del mondo. Le lacrime mi scendono lentamente sulle guance perché l’ho finalmente vista e lei mi guarda e dice, è lui. Al che uno degli anziani che mi ha trasportato fin qui rompe il silenzio e dice, bene. Perché l’hai fatto? io dico, non mi frega niente di dare spiegazioni a qualcuno, non servono a niente, sono colpevole. La ragazza piange e dice, mi hai tradito, ti odio. Io non voglio commentare, ché quattro anni di copertura, di evasioni, esili, mi hanno fatto convincere che la colpa è solo la mia, quindi niente, ha ragione. Tutti chiedono, in coro, com’è da prassi, SEI COLPEVOLE? Chino il capo e dico sì ad un microfono vicino alle mie labbra. L’anziano vicino a me chiede serenamente, dov’è nascosto, giovane? Dove lo troviamo? Io gli dico che è qui vicino, nel cortiletto, tra il fogliame, le cicche di sigarette e l’aria rarefatta dal silenzio. Le zone meno illuminate vengono anche meno curate, perché alla fine stanno allo scuro e chissenefrega, non si vedono. Un ordine dell’anziano da un piccolo microfono posizionato nel braccio destro e in cinque minuti tornano con il libro sulle mani. Finalmente hanno riportato il libro sacro “del come vivere molto meglio” ed esultano tutti, fanno esplodere dei coriandoli e sembra che solo la vista della copertina faccia esplodere di felicità le persone. Ed è tutto un evviva, siamo tornati ad essere felici. L’unica copia, quella vera, quella che è stata scritta per suscitare il piacere orgasmatico è tornata e può essere ammirata e letta in pochi minuti e non ha controindicazioni, se l’hai letta e sai che è al suo posto sei felice, sai che c’è e questo ti fa stare bene: sai che c’è. Il clima di torpore in cui era intrappolata la stanza cambia radicalmente in felicità assoluta e questi, inermi a tale ilarità urlano, liberatelo! liberatelo! Con le braccia e le gambe in frantumi non posso scappare e credo loro lo sappiano e ridono di me e di loro che finalmente possono essere felici e lì in mezzo vedo anche lei che mi fissa e sorride, ma non esulta, questo no.
Franco che fino a quel momento non avevo visto mi prende per le spalle e mi trascina fuori dalla grande sala e mi porta in una saletta molto più piccola, falsamente illuminata da quattro piccoli faretti ad ogni angolo del soffitto. Mi chiedo che cosa succederà ora, se finalmente il mondo ricomincerà ad andare avanti, se tutti finalmente rinizieranno a lavorare, a studiare, a fare pasti regolari, a curare gli ambienti, a curare sé stessi. Quando mi trovavo in giro per il mondo, con il grande libro dentro il giubbotto, mi capitava di comprare il giornale e quando andava bene il titolo recitava, “anche oggi non abbiamo voglia di scrivere niente”, sottotitolo: “ senza felicità continuiamo a fare nulla”. Quando andava male nemmeno lo pubblicavano. Sta un po’ in silenzio eppoi mi chiede, sei stato meglio in questi quattro anni? Io dico che, subito sì, il primo anno me la sono spassata, ero un fuggitivo senza nessun inseguitore, nessuno si degnava di cercarmi; avrebbero potuto prendermi ma lo star male ha prevalso. Poi mi dice, e Giulia, ti è mancata? Rimango in silenzio, non voglio dirgli né sì, né no. Poi, lei non mi ha mai amato, amava la sua felicità e mi amava perché sapevo parlarle e perché in me vedeva qualcosa su cui prevalere, io ero stufo di vederla ballare mentre io ero in un angolo e stavo in silenzio, ed ero stanco dei suoi denti sempre in mostra, mentre i miei erano sempre coperti dalle labbra, io ero arrabbiato di non poter gioire di quel cazzo di libro perché non lo capivo. Quindi, mi fa, te hai tolto a tutti la felicità, solo per farla stare male? Gli dico, penso di essere un eroe, ora finalmente tutti sanno ciò che significa perdere qualcosa d’importante. E mi dice, sicuramente entrerai nella storia. Gli confesso che comunque voglio pagare per quel che ho fatto e lui non mi risponde. Poi da dietro sento aprirsi la porta e già so che è lei. Mi guarda steso e io piango, ché la amo e sono sicuro che nonostante tutto lei prova ancora qualcosa per me. Ma non dice niente, poi Franco si posiziona dietro di lei e le appoggia le mani sulla pancia e accarezzandola mi dice, volevi pagare e stai pagando da quattro mesi e tra cinque vedrai nascere un bambino felice, non tuo.
Potevano darmi la morte e mi hanno dato la vita; pagherò piangendo per sempre lacrime di fuoco.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X