In Franco Graziosi
le virtù di Macerata

Il rigore professionale, il riserbo, un’idea assorta e un po’ fatalistica della vita. Ma anche, nascosto, un sogno tutto leopardiano
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Sarebbe potuto diventare un valente professore di chimica o magari un cuoco di grido alla Vissani, e invece un benefico virus che gli stava dentro fin dalla nascita l’ha condotto al prestigio non solo italiano di acclamato protagonista del teatro di prosa. Sto parlando di Franco Graziosi, al quale è stato assegnato – l’altra sera, al Lauro Rossi – il premio con cui l’associazione “Il Glomere” usa rendere omaggio agli  illustri maceratesi della contemporaneità. Professore di chimica come desiderava suo padre? Maestro di cucina, come gli aveva insegnato sua madre, le cui tagliatelle, in tempo di guerra, facevano clamorosa notizia nelle campagne dello sfollamento?  No, c’era quel virus. E la prima febbricola lo spinse  ad entrare da attor giovane nella compagnia dilettantistica del “Gad Calabresi”. Gli andava a genio, ci si sentiva bene. Un modo come un altro per passare il tempo in attesa di un futuro diverso? Poteva esserlo. Ma quando, a vent’anni e secondo i progetti paterni, si iscrisse alla facoltà di chimica della Sapienza di Roma e un giorno gli capitò di passare davanti alla sede dell’Accademia  drammatica, la sua febbre superò i trentotto gradi e lo costrinse a varcare quella soglia per apprendere i segreti dell’arte teatrale. Ottimo profitto, tanto che fu chiamato da Paolo Grassi al “Piccolo” di Milano dove conobbe Giorgio Strehler e fece i primi passi sulla strada di una luminosa carriera.

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La consegna del premio “Il Glomere” a Franco Graziosi, mercoledì sera al teatro Laura Rossi

Il premio del “Glomere”,  ho detto. Ma un premio intimo e privato sento di doverglielo anch’io per l’impronta che lui ha lasciato nella mia formazione. Ci frequentavamo fin dagli anni cinquanta, per via dei rapporti amichevoli coi suoi genitori, col fratello Sandro, con le sorelle Ninetta e Clara. Ma, lui a Roma, ci eravamo persi di vista, con l’eccezione di qualche giorno d’estate, a Fontespina di Civitanova, quando noi, ragazzi e ragazze, lo sentivamo perfezionarsi la voce, il mattino, nell’appartamento dei suoi e poi ci abbandonavamo, tutti insieme, ai giochi di spiaggia. Il colpo di fulmine, per me, scoppiò in un pomeriggio dell’agosto del 1964, allorché in folta comitiva ci recammo a visitare la villa settecentesca di Valcerasa appartenente ai  Folchi Vici e all’improvviso Franco salì sul tempietto del  Valadier e iniziò a declamare i monologhi shakespeariani del “Gioco dei Potenti” che Strehler stava allestendo. Una folgorazione? Sì, pressappoco. Fu infatti in quel preciso momento che si fece strada in me il fascino del teatro come scuola di vita, fu da quel preciso momento che per la prima volta scoprii il vigore estetico e morale di quelle parole e di quel modo di dirle. E dopo? Viaggi a Milano e Roma , con i Graziosi, Nino Ricci, Piergiorgio Pietroni, Memo Cappelloni e altri, irresistibilmente attirati dal sodalizio artistico fra Strehler e Franco, il “Giardino dei ciliegi” di Cechov, la “Tempesta” di Shakespeare, il “Temporale” di Strindberg,  i “Giganti della montagna” di Pirandello, il “Faust” di Goethe.

comunicatostampa1Anche Macerata era presa dal suo stesso virus, che lui, forse, le aveva trasmesso o che da lei, forse, aveva contratto. E grazie alla consonanza politica del socialista Achille Corona, ministro dello spettacolo, dapprima col presidente dell’Ept  Angelo Pallotta  e successivamente con l’assessore alla cultura Bruno Mandrelli  la città visse la grande stagione del gemellaggio del “Lauro Rossi” col “Piccolo” – caso unico per la provincia italiana – e arrivarono il goldoniano “Arlecchino servitore di due padroni”, le brechtiane canzoni di Strehler e Milva, la “Donna del mare”  di Ibsen con la Andrea Jonasson, l’ “Albergo dei poveri” di Gorki, la conferenza  di Strehler sul “Faust” di Goethe (sul palcoscenico del Teatro Studio, a Milano, erano solo in due, Strehler e Franco, scambiandosi di sera in sera i ruoli  di Faust e di Mefistofele).

Macerata, dunque.  E Franco? Sempre e comunque maceratese, non solo per nascita ma proprio come persona. Dall’anima di questa città, infatti, ha tratto le doti migliori. Anzitutto l’estrema serietà professionale, quel  lavoro paziente e minuzioso che per un attore consiste nella cura della dizione e della gestualità, nello studiare l’epoca storica e la persona dell’autore prima che il testo, nel farsi quasi regista di se stesso (oggigiorno, purtroppo, basta comparire in un paio di telenovele e subito ci si considera pronti a calcare le scene nei panni di Amleto o Re Lear, e del grande teatro di un tempo rimane solo il rimpianto). Ma poi un’altra virtù, anch’essa maceratese, qualcosa che in un attore famoso come lui non può non sorprendere: il riserbo, la discrezione, la modestia, il valere per ciò che si è e non per ciò che si appare (la sua lunga milizia comprende oltre cinquanta spettacoli teatrali, un’ottantina di partecipazioni televisive, film d’alto livello come “Uomini contro” di Francesco Rosi, “Giù la testa” di Sergio Leone e, recentissimo, “Habemus Papam” di Nanni Moretti, eppure mi ha detto: “Vado spesso a fare spesa nei negozi di Milano e di Roma, ma nessuno mi riconosce e, credimi, ne sono felice, lo considero, questo sì, un premio al mio stile di vita”). Ecco perché Macerata deve essere orgogliosa di lui, che ne ha impersonato  – non recitato – alcune virtù naturali.
Teatro di parole, più che di immagini. Perciò di poesia. Lui ama nascondersi dietro un’idea della vita molto razionale, molto di cervello, molto oggettiva. Ma è uno schermo oltre il quale  vibra uno spirito che potrei  definire leopardiano. In uno dei suoi recital declama il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” e lo cogli commosso quando dice: “Forse s’avess’io l’ale / da volar su le nubi / e noverar le stelle ad una ad una, / più felice sarei, candida luna”. Ecco, ripensando a quella sua spontanea salita sul tempietto di villa Folchi Vici e ai monologhi del “Gioco dei potenti”, credo che in Franco Graziosi ci sia un’inclinazione al sogno, a quel sogno propiziatoci dalla luce sommessa della luna.
Come si concilia, tutto questo, con la sua bravura di cuoco? Ricordo certi straordinari “vincisgrassi”, a Civitanova, che accogliemmo con applausi fragorosi. E ricordo, a Milano, le polpette al sugo che lui ci preparò a casa sua, il viso ancora segnato dal cerone del “Faust”. E, invertendo la domanda, come si conciliano vincisgrassi e polpette con Shakespeare e con Goethe? Risposta: certo che sì. Come in quelle del palcoscenico, c’è poesia anche nelle tavole imbandite e nei commensali che interpretano ciascuno la sua parte nella commedia della vita.



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