Ad un mese dalla morte del cardinale Ersilio Tonini

LA TESTIMONIANZA - Un ricordo del giorno del conferimento della cittadinanza onoraria di Macerata nel trigesimo della scomparsa dell'ex vescovo

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Mario Monachesi

Mario Monachesi

di Mario Monachesi

 

A trenta giorni dalla scomparsa dell’amato vescovo Ersilio Tonini, mi onoro di ricordarlo con uno scritto che ebbi modo di vergare su fogli di fortuna il 18 settembre 2004, giorno in cui egli ricevette a Macerata la meritata cittadinanza onoraria.

Eccone il testo:

“L’ascensore del palazzo comunale, che spalanca le proprie porte sul piano della sala Consiglio, libera un raggiante e vispo bambino di novant’anni, dal 1969 al 1975 un importante vescovo di Macerata. E’ Mons. Ersilio Tonini, nel frattempo divenuto Cardinale e che oggi torna per ritirare la cittadinanza onoraria conferitagli da un unanime Consiglio Comunale. La sua figura, immediatamente sommersa dagli applausi e che con passo deciso si tuffa tra la folla in attesa nell’atrio, è un piccolo ed esile tronco (“rossonero” scherzerà bonariamente più avanti qualcuno, per via della tonaca nera e della fascia rossa), posto a sorreggere un viso scarno sormontato da due occhi enormi, vispi, curiosi, gioiosi e felici. Sicuramente felici. Da uno come Ersilio Tonini ci si può e ci si deve aspettare di tutto. La sua mano magra prende a stringere quelle dei presenti. Ha una stretta emozionante e una parola serena per ognuno.

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Il cardinale Ersilio Tonini con l’allora sindaco Giorgio Meschini nel giorno del conferimento della cittadinanza onoraria di Macerata

Riesce a portare il suo saluto anche alle file più lontane. Tra una stretta e l’altra non disdegna la battuta. Accostandosi, lui così minuto, ad un signore decisamente alto commenta: ”Queste sono le ingiustizie della vita”. La vivacità, la meraviglia e la purezza che lo vestono più dell’abito cardinalizio fanno di lui una figura capace di smuovere corde a volte poco sveglie. Chiama una bambina presente “principessa”. Varcato l’arco della gremitissima sala consiliare un secondo applauso, quello della Giunta e dei consiglieri, incoronano ufficialmente l’opera di questo acuto, solare ed indomito rappresentante della Chiesa cattolica. I suoi occhi brillano come una stella che nel suo risplendere non ha mai dimenticato Macerata e oggi Macerata, per mano del sindaco Meschini, fa sua per sempre questa luce priva di paura e ricca di speranza. Accesosi il microfono, dopo i ricordi, le esigenze e i sogni di quegli anni, le parole diventano i macigni di questo tempo: famiglia, guerra, genetica, fecondazione assistita. Qui i suoi occhi sono ancora mobili, birichini, ma decisamente irremovibili. Non vola una mosca. Come non vola, nel pomeriggio, al teatro Lauro Rossi dove la sua innata simpatia al servizio delle persone ancora una volta non si tira indietro. Alla domanda se di questa esperienza maceratese avesse serbato un simpatico aneddoto, racconta: “Mi trovavo a Santa Maria del Monte durante la campagna contro il divorzio. Nella sede delle Acli c’erano tanti uomini e io parlavo animatamente e mi scaldavo sul tema dell’indissolubilità del matrimonio. Ad un certo punto, mi si avvicina un uomo che con una spontaneità unica mi dice: “Senti è inutile che ti scaldi tanto. Qui le donne vogliono sposare gli operai non i contadini. Noi abbiamo fatto tanta fatica a sposarle e lei crede che ora le lasceremmo andare così facilmente?”



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