Pubblico entusiasta per il duo Marco Sollini e Salvatore Barbatano

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Marco Sollini e Salvatore Barbatano

Pianoforte a quattro mani venerdì 22 marzo al Teatro Lauro Rossi di Macerata con Marco Sollini e Salvatore Barbatano che hanno suonato brani di Rachmaninov e  Liszt. Del compositore russo, diplomatosi in pianoforte a 18 anni e in composizione a 19, guadagnandosi anche l’appoggio di Čiajkovskij, è stata eseguita all’inizio della prima parte la Romance, opera giovanile per pianoforte a quattro mani di delicato intimismo, seguita dal Vocalise, ultima lirica del ciclo vocale 14 Romances op.34, originariamente concepite per soprano o tenore, canto senza parole dal lirismo intenso e commovente, trascritto molte volte per diverse combinazioni strumentali, tra cui quella eseguita, di Greg Anderson per pianoforte a quattro mani.  Anche i Six morceaux op.11 sono un’opera giovanile, nella quale si rinvengono temi e materiali di origine popolare e, già riconoscibili, le caratteristiche distintive dell’ispirazione del loro autore: il fluente trattamento melodico, la ricerca armonica raffinata e una certa sensibilità incline al patetismo.  Nella raccolta,  inoltre, è anche ravvisabile un’esplicita citazione musicale, voluto omaggio a un grande del passato: infatti il tema di Slava, l’ultimo dei sei pezzi, è lo stesso del Quartetto op.59 n.2 di Beethoven.  Cosa dire dei singoli  morceaux? Tralasciando  le sapienti note di sala della musicista e musicologa Luisa Curinga e abbandonandoci  alle suggestioni sonore possiamo dire che la Barcarolle pur richiamando nel nome la canzone dei barcaroli e gondolieri ci richiamava alla mente una lenta cavalcata nei grandi spazi dell’Ovest americano. Nello Scherzo si udivano veramente note giocose, nel Russian Theme si avvertiva un rincorrersi e un rallentare di note con sonorità sempre più alte. Nel Valse forse per suggestione del titolo del precedente morceau tornavano alla mente le scene di ballo in palazzi di principi russi viste in film ispirati a “Guerra e pace” e di Romance,  se non temessimo l’orrore degli esperti, diremmo di aver colto un canto infantile che esplode alla fine come in un fuoco d’artificio. Su Slava abbbiamo già citato Luisa Curinga.

Per parlare della seconda parte dedicata a Liszt ci affidiamo di nuovo alle note della Curinga, abbiamo ascoltato Les Préludes  che è forse il più celebre dei suoi dodici Poemi Sinfonici e fu scritto come introduzione a Les quatre éléments, un ciclo corale su testo del poeta provenzale Joseph Autran, che alludeva ai quattro elementi della tradizione classica: terra, aria, acqua e fuoco. Il ciclo era per l’appunto diviso in quattro parti: Les aquilons, Les flots, Les astres e La terre. In seguito Liszt decise di utilizzare l’introduzione come un pezzo a sé stante, e decise di attribuirle un ‘programma’, che individuò nell’ode Les Préludes del poeta francese Alphonse de Lamartine, una meditazione in cui si compenetrano un elemento pastorale e uno guerresco. Il primo tema dei Préludes è tratto da Les Astres, e compare, rielaborato in forme diverse, lungo tutto l’arco della composizione, della quale costituisce un elemento unificante. Anche il secondo tema ha un ruolo di grande rilievo, e deriva da La terre. Il motivo impetuoso della sezione centrale, affidato alla tromba, è invece tratto da Les flots. Les Préludes devono la loro fortuna alla loro perfetta costruzione e all’equilibrio delle parti che li compongono; inoltre, in essi sono assenti quei passaggi in stile ‘recitativo’ che rischiano di appesantire lo svolgimento degli altri Poemi.

Sollini-Bar-6Fu Liszt stesso a realizzare una versione per pianoforte a quattro mani sia dei Préludes che di Mazeppa. Mazeppa è la versione ampliata del quarto degli Studi trascendentali. Liszt lo orchestrò nel 1851 e ne effettuò una revisione tre anni più tardi. Il soggetto ispiratore è costituito dalla vicenda del nobile ucraino Ivan Mazeppa, guerriero e mecenate delle arti. La storia, che affascinò anche Lord Byron e Victor Hugo, narra che Mazeppa sedusse una nobile polacca e, per punizione, fu legato nudo alla coda di un cavallo al galoppo e trascinato fino in Ucraina, dove, in seguito, diventò re dei Cosacchi. Liszt, seguendo l’interpretazione di Hugo, concepisce la vicenda di Mazeppa come un simbolo della creazione artistica. L’uomo mortale è «legato alla sella del genio» e può ottenere il suo trionfo solo dopo aver subìto il crollo e la sconfitta: «Egli corre, vola, cade e si fa re!» La prima parte della composizione riprende senza grandi mutazioni quella dello studio pianistico. La sezione che descrive la caduta di Mazeppa, invece, è notevolmente ampliata. La parte conclusiva, che corrisponde al momento in cui Mazeppa è nominato Atamano dei Cosacchi si avvale di due nuovi temi, uno dei quali, di sapore orientale, vuole suggerire l’atmosfera della musica tradizionale ucraina.

Sollini-Bar-13Letta la vicenda ispiratrice della composizione durante l’ascolto abbiamo cercato di cogliere il momento musicale della seduzione: un passaggio molto tormentato tutto affidato a Barbatano, poi affiancato da Sollini con note più squillanti ed acute mentre Barbatano proseguiva col suo intervento cupo che poi ha di nuovo proseguito da solo fino a quando non si è intreccaio fra i due esecutori una specie di dialogo. In un passaggio sembra che Barbatano (in un a solo) stia cercando le parole per dire ciò che ha nel cuore (note isolate, staccate l’una dall’altra, tempo molto scandito. Usciti dal momento della seduzione uuna fuga di note basse alternate a suoni più squillanti, quasi rintocchi di campane e squilli di trombe a celebrare un trionfo, con un vibrato di Sollini intervallato da un fraseggio più disteso. Entusiasta il pubblico che ha richiamato più volte sul palcoscenico con applausi insistenti i pianisti e, alla conclusione del concerto, con ripetute richieste di bis, che sono stati  due: una corale di Bach, trascritta per pianoforte e un valzer di Brahms, che non avrebbero ancora appagato gli spettatori, i quali avrebbero chiesto altri bis se non avessero compreso che i due musicisti tanto generosi  durante tutta la serata avevano ormai bisogno di congedarsi.



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