Dove sono i defibrillatori?

Troppo spesso la tutela sanitaria negli impianti sportivi passa in secondo piano
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Del-Gobbo

Il dottor Del Gobbo in tribuna all’Helvia Recina nella prima di campionato

di Giorgio Del Gobbo*

Tutti gli sport si rimettono in moto, inizia una nuova stagione agonistica e si parla di  giocatori, allenatori, moduli… Non si sente parlare della tutela sanitaria dell’ atleta. Eppure, non più tardi di qualche mese fa per due o tre settimane sembrava l’ argomento principale; si capisce, c’era il morto e la notizia fa effetto, poi il morto passa, lo sport resta e forse è giusto così. Rimangono però le affermazioni di tanti politici, i proclami di amministrazioni e istituzioni: ”sarà nostro impegno dotare di defibrillatori tutti i campi, i palazzetti, le scuole…”, grande eco mediatico. E poi? Problema risolto? Assolutamente no. Intanto le parole sono rimaste tali e poi in realtà non servono defibrillatori se non c’è un’equipe affiatata ed esperta nella riabilitazione. Una scarica elettrica da 360 J mal erogata può uccidere anche i soccorritori ed una procedura non coordinata può comportare quei secondi di ritardo che rendono inutile l’ intervento. Se si pensa che quel giorno in quel campo erano presenti medici, infermieri, fisioterapisti e tre defibrillatori non utilizzati… Tutela sanitaria? Diciamo intanto che un primo, importantissimo e semplicissimo (sulla carta) impegno dovrebbero averlo genitori ed insegnanti di scuole elementari e medie spiegando a figli ed alunni quanto possano nuocere ad un organismo in crescita il fumo, l’alcool, le sostanze dopanti o le droghe e quanto benefica possa essere una qualunque attività sportiva. Agli allenatori, più avanti, il compito di proseguire il discorso con i loro giovani atleti e di segnalare subito qualsiasi anomalia riscontrata nel corso degli allenamenti. E poi le visite medico – sportive devono essere vere visite; salire 10 volte un gradino per un ventenne sano non può rappresentare una prova da sforzo e non ha nessun valore diagnostico, ma si risparmia un sacco di tempo e il tempo, si sa, è denaro. In fondo l’ importante non è il certificato? Ancora, è raro che ci sia un medico nelle manifestazioni sportive minori, non sempre è presente a quelle più importanti; nella scorsa stagione un giocatore della Maceratese ha subito in trasferta un grave trauma cranico con fratture facciali multiple, non c’era un medico in panchina della squadra ospitante, obbligatorio da regolamento in quella categoria. Infine un invito a tutti i dirigenti sportivi: una squadra non è composta da venti, dodici o dieci giocatori ed un allenatore a seconda degli sport, questa è la parte variabile, oggi c’è, domani cambia e tra un anno chissà; una squadra deve avere una struttura societaria duratura e ben definita in cui la casella “medico sociale” non può essere un optional cui pensare alla fine se c’è tempo, ma deve essere occupata da uno specialista del settore cui affidare l’organizzazione e la gestione sanitaria, figura che, oltre ad essere punto di riferimento per lo staff tecnico, potrebbe anche far risparmiare un bel po’ di soldini buttati via per esami diagnostici e cure spesso inutili. D’ altra parte che ci sia un medico a fare il medico sociale mi sembra un concetto abbastanza semplice, ma anche Don Chisciotte lottava contro i mulini a vento! Certo, sarebbe bello che in tutti gli impianti sportivi ci fosse un servizio di pronto intervento medico, ma c’ è ancora tanto da fare prima di pensare ai defibrillatori…

*medico sociale della Maceratese e direttore del centro Caradel



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