di Maurizio Verdenelli
A distanza di quarant’anni esatti dall’estate del 1971, da quella stagione lirica maceratese che doveva segnare l’esordio di Luciano Pavarotti all’Arena Sferisterio in “Lucia di Lammermoor”, emerge una testimonianza drammatica sulle ragioni dell’improvviso forfait da parte del tenore. Una testimonianza che fa luce sull’estrema sensibilità ed umanità di big Luciano, scomparso 4 anni fa. Racconta Adua Veroni, prima moglie e per tanti anni manager del cantante: “Qualche settimana prima era deceduta improvvisamente la figlioletta di tre anni e mezzo della sorella di Luciano. Pur profondamente addolorati per quella tragedia, decidemmo di venire lo stesso a Macerata anche per tentare di sottrarre quella povera madre a noi così vicina, dal luogo del lutto ed alleviarne per quanto si poteva la sua disperazione. Accadde quello che forse non era poi così difficile prevedere, visto che quel lutto improvviso ed assurdo ci aveva toccato tutti. Luciano andò benissimo nella prova generale. Alla ‘prima’, però, perse
completamente la voce! Il referto parlò freddamente di ‘laringite’ ma dietro c’erano profonde motivazioni psicologiche legate alla perdita della nipotina: un vero crollo emotivo. Ritornammo a casa subito”.
Pavarotti venne a malincuore sostituito dal direttore artistico e fondatore della stagione lirica, Carlo Perucci che aveva voluto quel tenore modenese di 36 anni allora appena emergente. Chi scrive ebbe l’onore dell’esclusiva su ‘Il Messaggero’ (così lui volle a sanare anni di forti contrasti con giornalista) con cui Perucci, alla vigilia della partenza per Verona dove avrebbe guidato l’Arena, affidava la propria ‘memoria’ di tanti anni a Macerata. “Sono venuti tutti i grandi del mondo allo Sferisterio, ad eccezione di Placido Domingo. E venne pure Pavarotti anche se ancora non era famosissimo: avevo visto giusto…”. Perucci, dopo la sua lunga esperienza veronese, avrebbe dovuto riprendere le ‘redini’ della sua ‘creatura’ maceratese insieme con l’ex sovrintendente Davide Calise: un destino diverso decise diversamente per entrambi.
Alla corte di Perucci, Big Luciano sarebbe venuto intanto altre due volte. Nel ’74 (“Rigoletto”) e l’anno successivo (“Un ballo in maschera”) in due opere che il cartellone 2011 ripropone nel tema complessivo del Sof: Libertà e Destino. Suggestioni che non sono sfuggite all’associazione Sferisterio Cultura che organizza gli ‘Aperitivi culturali’. Ugualmente è stata colta al volo la circostanza della presenza nei ‘quadri’ aziendali dello sponsor principale (Banca Marche) di un amico di famiglia dei Pavarotti, Stefano Gottin, segretario generale dell’Istituto di credito. Il quale ha invitato Adua Veroni, testimone d’eccezione al tema di venerdì 29: “Pavarotti allo Sferisterio”.
Gottin aveva conosciuto big Luciano a Pesaro al Royal (un albergo per famiglie) nell’estate del ’74, per il tramite di un parente molto amico del cantante. “Io avevo 17 anni: ricordo benissimo quei mesi caldi passati sui libri di matematica, perchè rimandato, ma anche per la conoscenza di Luciano che sarebbe rimasta per tutta la vita” dice Gottin. Che, molti anni dopo, sarebbe stato incaricato da Banca Marche per un’impresa che purtroppo fallì: l’ingaggio di Pavarotti per il decennale dell’istituto di credito celebrato nell’ottobre del 2005 a Jesi (Fontedamo).
Davvero peccato perchè sarebbe stato per l’erede di Gigli l’unico concerto italiano nel tour d’addio alle scene. Al suo posto venne Fiorello (alla vigilia un giornale diede per sicuro Gigi D’Alessio) e fu un grande successo di simpatia e bravura.
Dopo il ’75, “re dei tenori” non tornò più a Macerata. “C’era da rispettare il riposo ad agosto perchè lui fosse pronto per i grandi impegni americani. Tuttavia ricordava con molto affetto la città e diceva: Macerata ci ha voluto molto bene” ha detto Adua Veroni nell’incontro, partecipatissimo, nella corte di Palazzo Buonaccorsi. “Nel ’74, dopo il forfait nella ‘Lucia’. il ‘Rigoletto’ fu un trionfo e forse ancora …meglio andò ‘Un Ballo in maschera’, una delle opere preferite di Pavarotti. Lui amava molto il ruolo di Riccardo e le sue qualità: generosità, lealtà, onestà …. e poi si rimane fregati… così va il mondo (si lascia sfuggire un’amara battuta Adua Veroni, volgendosi verso l’amico Gottin ndr). Luciano era inoltre vocato per quella parte, ne possedeva tutte le sfumature vocali: nelle vesti di Riccardo aveva debuttato a San Francisco, un luogo a lui caro dove si sentiva coccolato. A Vienna inoltre ricordo un applauso lungo 30 minuti, non finiva mai!”
Lo stesso asprissimo (eccezionale tuttavia nel valutare le vocalità liriche) critico musicale Celletti lodò senza riserve il Riccardo/Pavarotti dello Sferisterio. La sua recensione è stata letta dallo stesso Gottin: “Un Riccardo a Macerata da ricordare per sempre: una voce argentea, intensa, virile. E tanta simpatia, un grande capitale sociale. A Macerata la gente ha amato l’uomo e il tenore”.
Alla fine, Cinzia Maroni che con Federica Frontini Costa ha presentato l’evento top della stagione degli ‘Aperitivi’ ha chiesto ad Adua Veroni: “Nei contratti che firmava per ‘Un Ballo in maschera’ Gigli richiedeva che non fosse concesso il bis al baritono nel ruolo di Renato, ritenuto dal grande Beniamino sovradimensionato rispetto al tenore forse a causa di un eccesso d’amore dello stesso autore Giuseppe Verdi che era stato baritono. Pavarotti?” “Luciano, no. Non era invidioso dei colleghi …ma nessuno di loro era però in grado di surclassarlo” é stata ha risposta dell’ex signora Pavarotti, manager di successo nel mondo della lirica cui si deve pure la valorizzazione di un’ interprete come Anna Caterina Antonacci, protagonista il 3 agosto al teatro Lauro Rossi della “Festa Monteverdiana”.
Nel corso dell’incontro sono stati fatti ascoltare eccezionali brani di big Luciano in ‘Rigoletto’ e ‘Un ballo in maschera’, con una registrazione Rai del 1967 dove nonostante le raccomandazioni in contrario del regista (per chiari motivi tecnici), il pubblico proruppe in un lungo applauso irrefrenabile.
Alle parole e alle registrazioni si sono succeduti alcuni brani della ‘Salvadei Brass’ in “Un omaggio a Giuseppe Verdi e Luciano Pavarotti” con musiche da ‘Ernani’, ‘Nabucco’, ‘Rigoletto’, ‘Un ballo in maschera’ e ‘Aida’.
Ha partecipato un folto pubblico, tra i quali sono stati citati il vicesindaco di Macerata, Irene Manzi; il vicepresidente della Provincia, on. Paola Mariani; il vicepresidente di Banca Marche, Lauro Costa; il direttore del Sof, Pier Luigi Pizzi; il regista Massimo Gasparon e il baritono Giovanni Meoni.
Drink e food finali a cura di Kitch&n Art, ristorante ufficiale della rassegna.
(FOTO DI GUIDO PICCHIO)
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Ricordo quel “Rigoletto” e quel “Ballo in maschera” con Pavarotti. Mio padre – emiliano in tutto, e dunque anche nell’amore per la lirica – mi portava tutti gli anni allo Sferisterio con tutti i suoi amici d’infanzia di Carpi che venivano ogni anno per l’occasione, acquistando le poltrone della prima fila di sinistra, proprio di fronte all’Orchestra. In quel “Rigoletto”, Pavarotti – che aveva partner un altrettanto spettacolare S. Milnes nel ruolo del giullare che dà il titolo all’opera – era ancora giovane e magro, ma già fenomenale, grandissimo. E io, che avevo all’epoca nove anni, mi innamoravo.