Il primato della musica
nella Città della cultura

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO
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La Form

 

di Giancarlo Liuti

L’altra sera, al Lauro Rossi, l’associazione “Appassionata” ha continuato la sua intensa stagione cameristica col concerto del giovane e già affermato pianista palestino-israeliano Abdoud Ashkar che, salutato da applausi molto calorosi, ha eseguito brani di Bach, Schubert e Brahms. Poche sere prima, sempre al Lauro Rossi, era iniziata la stagione sinfonica dell’Orchestra filarmonica marchigiana (Form) con un concerto di Cajkovskij interpretato dal pianista uzbeko Abduraimov e una sinfonia di Beethoven diretta dal bulgaro Kamdzhalov, due artisti altrettanto giovani ma già premiati in concorsi internazionali (la stagione si protrarrà fino a maggio con altri quattro concerti dedicati a Rossini, Saint-Saens, Haydn, Verdi, Vivaldi). Nelle stesse ore il teatro della Filarmonica ospitava le selezioni di Musicultura, il festival che grazie a Piero Cesanelli si è ormai conquistato il ruolo di capofila nel panorama italiano della canzone d’autore (le finali si terranno d’estate allo Sferisterio e non mancheranno riprese televisive e radiofoniche di vasta audience nazionale).

La domenica dopo, pure al Lauro Rossi, la tromba di Fabrizio Bosso e la fisarmonica di Luciano Biondini hanno concluso la stagione jazzistica invernale – a giugno partirà la nuova –  dell’associazione “Musicando” di Camerino e con la direzione artistica di Paolo Piangiarelli, nel cui personale albo d’oro figurano le straordinarie esibizioni, negli anni settanta, allo Sferisterio, di mostri sacri del jazz americano come Miles Davis, Chet Baker e Gerry Mulligan.

La prossimità fra queste manifestazioni ci ha indotto a riflettere sul senso e l’attualità di “Città della Cultura”, un appellativo di cui Macerata ama spesso fregiarsi. Orpello retorico? Eco stanca e ripetitiva di un lontano passato? Logoro alibi per quel declino che i partiti di opposizione continuano a denunciare con martellante vigore? O, invece, conferma di una realtà tuttora viva? Già, la cultura. Ecco una parola difficile da definire. Istruirsi? Conoscere? Sapere? Capire? Tutto questo, certo, e altro ancora. Ma attenzione a non imporre – né a imporsi – steccati fatti di titoli di studio, referenze accademiche, prestabiliti bagagli di nozioni. Una persona colta è anzitutto una persona curiosa, una persona che sente il desiderio di riflettere sulla vita e sul mondo, si pone domande, cerca risposte, impara dove trovarle, mette ordine, dentro di sé, nelle idee e nei sentimenti. Una città della cultura, allora, è quella che in quantità e qualità offre ai propri cittadini gli strumenti capaci di soddisfare e stimolare tale desiderio.

Ebbene, questi strumenti Macerata li ha avuti e continua ad averli. Quasi superfluo ripeterne l’elenco (“Madamina, il catalogo è questo”, canta Leporello nel “Don Giovanni” di Mozart con inoppugnabile piglio documentativo). Scuole in ogni campo dello scibile, l’Università, l’Accademia di Belle arti, la pinacoteca di Palazzo Ricci, gli affreschi di Palazzo Buonaccorsi, le architetture religiose e civili, le cento associazioni private, le conferenze e i dibattiti che si tengono praticamente ogni giorno, tre teatri, quattro biblioteche pubbliche, dieci sale cinematografiche, tre auditorium. Messo insieme, tutto ciò vale un primato che, in proporzione alla consistenza della popolazione, è forse ineguagliabile altrove. Città della cultura? Sì, Macerata ha diritto a questo blasone. Sarà perché, come osservava Leopardi, l’aria che respiriamo – fusione fra i vicinissimi aliti del mare e dei monti – favorisce lo sviluppo di intelletti più svegli e più riflessivi, sarà per la sensibilità delle classi dirigenti, aristocratiche e borghesi, del passato, sarà per la sua vocazione ad essere un centro di servizi più che di produzioni materiali, sta di fatto che Macerata è, propriamente, una città della cultura.

Vero è che non tutti ne sono orgogliosi. Molti ritengono che le risorse pubbliche destinate alle iniziative culturali siano eccessive e andrebbero ridotte a vantaggio di interventi nel sociale, nell’economia, nelle attività commerciali, artigianali, industriali. Lo stesso ministro Tremonti, del resto, ha detto che la “cultura non si mangia”. D’accordo. La cultura non si mangia con la bocca e coi denti. Ma noi esseri umani siamo dotati di altri organi – gli orecchi, gli occhi – per mangiare cose altrettanto indispensabili a nutrire la nostra specie di creature pensanti, le nostre idee, le nostre emozioni, i nostri sogni, perfino le nostre illusioni. La cultura, che per l’appunto si mangia con gli occhi e con gli orecchi – e non va nello stomaco ma nel cervello e nel cuore – non è meno importante del pur indispensabile pane quotidiano.

La musica è cultura? Non soltanto lo è, ma – insieme con l’arte figurativa e forse di più – ne rappresenta la bellezza. Citiamo ancora Leopardi: “La musica è l’unica, fra le arti, che non imita la natura ma esprime se stessa, e dunque esprime l’infinito del puro sentimento”. La bellezza di quella gran parte della cultura che è la musica, insomma, non si pone al servizio di qualcos’altro, basta a se stessa. Chissà, forse è per questo che, misteriosamente, Macerata ne è affascinata.

Di Appassionata, della Form, di Musicultura e di Musicando abbiamo già detto. Ma poi c’è la “Rassegna  Nuova Musica” che da quasi trent’anni si deve al maceratese Stefano Scodanibbio, contrabbassista di prestigio europeo, e che si è imposta alla critica non solo nazionale per la valorizzazione di compositori ed esecutori delle più avanzate esperienze di musica contemporanea. E c’è il complesso bandistico “Salvadei” di Villa Potenza (a conferma della vocazione musicale di Macerata, va ricordato che mezzo secolo fa il notaio Augusto Marchesini lasciò una considerevole parte dei propri beni per la istituzione di un’ottima banda che fu chiamata ad esibirsi in tutta Italia). E c’è la scuola “Liviabella”, che oltre a svolgere attività di formazione musicale organizza concerti e, a fine primavera, una rassegna cameristica nel cortile dell’università in via Garibaldi.  E ci sono i cento complessi di giovani che dagli anni cinquanta in poi, sulla scia dell’indimenticato Hot Club del maestro Silvano Pietroni e del pianista Giovanni Spalletti, hanno via via riempito di musica i vicoli, i garage, le feste, le sale da ballo, i cortei di protesta, le sagre popolari. E ci sono le primissime esibizioni di Jimmy Fontana accompagnato al piano dal maestro Piero Giannangeli nel teatrino parrocchiale di piazza Strambi. E c’è l’associazione “Nuovo cinema”che al cineteatro “Italia” proietta, in diretta, le “prime” della Scala di Milano e altri eventi musicali di livello mondiale. Su tutto, ovviamente, svetta l’Opera Festival dello Sferisterio, l’arena che per la musica operistica è la più importante, in Europa, dopo quella di Verona, e che, da oltre quarant’anni e con alterne fortune, diffonde il nome di Macerata ben oltre l’Europa.

Città della cultura, quindi, e in particolare della musica. Lirica, sinfonica, cameristica, classica, contemporanea, jazz, canzone d’autore, canzone melodica, rock, pop, folk. Non c’è espressione musicale che a Macerata non abbia una sua tradizione, una sua ribalta, un suo pubblico. Siamo poco più di quarantamila, in cima a questa collina fra il Chienti e il Potenza. E non è, allora, un record assoluto?



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