Vere e false griffe
per i due Colossei

La domenica del villaggio
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L'Hotel House

di Giancarlo Liuti

La griffe è la firma, il marchio, l’etichetta con cui un qualsiasi prodotto si presenta al pubblico dei consumatori. Oltre che dalla intrinseca qualità del prodotto il successo di una griffe dipende dalla sua capacità di penetrare nell’immaginario collettivo e di suscitarvi desideri, ambizioni, sogni. Perciò l’affermazione di una griffe nel mercato è strettamente legata alla notorietà e al prestigio che le derivano dalla pubblicità di cui si alimenta. Ecco la ragione per la quale Diego della Valle, cui va il grande merito di voler destinare venticinque milioni di euro al restauro del Colosseo di Roma, farà apporre grandi pannelli delle sue griffe – Tod’s, Hogan, Fay – intorno alla base di questo celeberrimo monumento (una delle sette meraviglie del mondo) per l’intera durata dei lavori, non meno di tre anni. Ciò non intacca il valore civile di un così notevole gesto di mecenatismo ma funziona benissimo sotto il profilo della promozione commerciale, perché il Colosseo è visitato ogni anno da cinque milioni di turisti in gran parte stranieri e le immagini di quei pannelli faranno a lungo il giro del pianeta.

In questi ultimi giorni si è parlato di griffe pure da noi, dopo che nell’Hotel House di Porto Recanati i carabinieri hanno scoperto un laboratorio clandestino di sartoria dove certi senegalesi applicavano griffe contraffatte – chissà se anche del gruppo di Della Valle – a cinquemila capi di abbigliamento, giubbetti, maglioni, pantaloni. Ma con le griffe di Roma c’è un’altra analogia. Anche l’Hotel House, infatti, può essere definito una specie di Colosseo, se non per la bellezza certo per le dimensioni: quattro blocchi di cemento a doppia “T” con sedici piani ciascuno e, in totale, quattrocentocinquanta appartamenti. Costruito quasi mezzo secolo fa, offriva ai cosiddetti benestanti l’occasione di farsi una seconda casa in riva al mare. Un traguardo, questo, che negli anni sessanta non era a portata di molti. Ora tutto è cambiato. Ai benestanti si sono sostituiti gli immigrati, che proprio bene non stanno. E ci abitano millecinquecento persone di quaranta etnie diverse. Gente che in grande maggioranza, come assicura il sindaco Rosalba Ubaldi, vive di onesto lavoro. Ma accanto a questa grande maggioranza c’è una piccola minoranza (cento, duecento?) che, invece, vive di criminalità. Spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, furti, risse e, appunto, contraffazione di griffe.

Quante paradossali affinità ci presenta la cronaca quotidiana! Anzitutto due colossei. Uno, famosissimo, nel quale uomini del Medio Oriente e dell’Africa si giocavano la vita lottando fra di loro. L’altro, che suo malgrado sta diventando famoso, ospita anch’esso lottatori per la vita – campare con ogni mezzo, anche i meno leciti – venuti anch’essi dal Medio Oriente e dall’Africa. E poi le griffe. Da una parte le vere, dall’altra le false. Ciò induce a riflettere su due facce dell’Italia di oggi: il vero e la contraffazione del vero. Solo nei giubbetti? Magari! Purtroppo pure nella politica, nell’informazione, nel rispetto delle leggi, nel pubblico decoro.



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