La Cassazione conferma:
16 anni di carcere per Doina Matei

L'assassina di Vanessa Russo venne catturata dai carabinieri di Tolentino
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Sedici anni di carcere per omicidio preterintenzionale. I giudici della V Sezione penale della Cassazione hanno così confermato la condanna, inflitta il 25 novembre del 2008 dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma, a Doina Matei, la giovane romena che uccise Vanessa Russo colpendola a un occhio con la punta dell’ombrello.  A quasi tre anni dalla morte della giovane romana, si riaccendono dunque i riflettori sul tragico delitto, avvenuto sulla banchina della metropolitana di Roma.
E’ il 26 aprile del 2007 quando Vanessa Russo, 23 anni, viene colpita all’occhio con la punta di un ombrello mentre, tra la folla, esce da un convoglio della metropolitana della linea B alla stazione Termini di Roma. Le sue condizioni appaiono subito gravi: viene portata al Policlinico Umberto I in codice rosso e ricoverata in prognosi riservata. La giovane muore dopo un giorno di agonia. Intanto è caccia alle assassine, due donne dell’Est, riprese dalle telecamere della metro mentre si allontanano subito dopo l’aggressione, cercando di non farsi notare. La Procura di Roma apre un’inchiesta per omicidio e gli agenti della squadra mobile passano al setaccio campi nomadi, piazzali di partenza degli autobus per l’Est a Ponte Mammolo e la stazione Tiburtina.
Ogni informazione è preziosa per rintracciare le due fuggitive, identificate dagli investigatori. Così, vengono diffuse le loro fotografie e la Questura istituisce un numero verde per raccogliere segnalazioni. A tre giorni dall’omicidio il cerchio si stringe. La sera del 29 aprile Doina Matei, una prostituta romena di 22 anni, e l’altra ragazza che era con lei al momento dell’aggressione, C. I., 17 anni, vengono rintracciate e bloccate a Tolentino dai carabinieri del capitano Eugenio Stangarone.
Il 17 dicembre la Matei viene condannata con rito abbreviato dal gup di Roma Donatella Pavone a 16 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. Il pm Sergio Colaiocco aveva chiesto 20 anni per omicidio volontario. Secondo il giudice, cioè, la prostituta romena non aveva intenzioni omicide quando al termine delle lite avvenuta nella stazione della metropolitana alzò il braccio che impugnava l’ombrello colpendo Vanessa Russo. All’imputata però non viene concessa alcuna attenuante, viene anzi colpita anche dall’aggravante per avere agito per futili motivi.
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Qualche mese più tardi esce completamente dalla vicenda giudiziaria C. I., nel frattempo ritornata in Romania. Il Tribunale dei Minori la proscioglie dall’accusa di favoreggiamento. Intanto, il pubblico ministero Sergio Colaiocco ricorre in appello contro la sentenza del gup, chiedendo per Matei la conferma della condanna a 16 anni di reclusione per omicidio volontario, e non come deciso in primo grado, preterintenzionale. Il 25 novembre del 2008, quindi, la romena torna davanti ai giudici della Corte di Assise d’Appello di Roma.
In aula si respirano attimi di tensione quando il legale della 22enne romena, Nino Marazzita, interviene in favore dell’imputata ricordando come da parte di Vanessa Russo ci fu una provocazione nei confronti di Doina. Parole che scatenano la reazione della madre della vittima, seduta tra i banchi: ‘Mia figlia non c’è più, lei è teatrale”, afferma Rita Russo, che viene poi fatta uscire dall’aula. In appello i giudici confermano la condanna a 16 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale aggravato dai futili motivi. La Matei dovrà poi risarcire i famigliari della vittima e viene fissata la somma di 20mila euro per ciascuna delle costituite parti civili.
Alla lettura della sentenza la Matei scoppia in lacrime e i difensori annunciano l’intenzione di ricorrere in Cassazione contro la decisione della Corte che, ancora una volta, non ha riconosciuto nell’imputata le attenuanti generiche. Nel dicembre del 2008, dal carcere Doina Matei, che in Romania ha due figlie, scrive a al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poiché la condanna che le è stata inflitta la tiene lontana dai suoi bambini.
“Non sono venuta in questo Paese per diventare una delinquente – scrive – Non mi vergogno che ho venduto il mio corpo ogni sera, darei anche la mia vita per essere Vanessa ancora tra noi. Sento la nostalgia dei miei due figli”. In 5 pagine la Matei sottolinea che i figli hanno bisogno di lei poi, ricordando i fatti accaduti alla stazione Termini quando fu ferita a morte Vanessa, sottolinea: “Non volevo che quel giorno accadesse… Aiutatemi perché non riesco più a restare lontana dai miei figli, non ho la più forza di lottare contro le sofferenze che mi sono state date da questa vita. Datemi una possibilità signor Napolitano siete la mia ultima speranza”.
Il 14 luglio salta l’udienza che si sarebbe dovuta tenere in Cassazione: la Matei, dal carcere di Lecce dove sconta la pena, invia una missiva e chiede di cambiare legale e di essere assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, che l’aveva accompagnata nel primo grado di giudizio. Ieri la conferma della condanna a 16 anni.


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