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La “strategia” di mangiare meno
e l’emancipazione delle donne

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Il blog della 19enne di Porto Recanati che invitava all'anoressia, uno "stile di vita" che diventa "stile di morte". Un paradosso in una società dove ormai le donne sono più preparate, più pratiche, più attive, più costanti, più indipendenti degli uomini
domenica 14 gennaio 2018 - Ore 13:58 - caricamento letture
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di Giancarlo Liuti

Del perdere peso mangiando pochissimo o restando a digiuno questo giornale ha già ampiamente parlato dando fra l’altro notizia del deferimento alla magistratura per “lesioni gravissime” e “istigazione al suicidio” di una diciannovenne di Porto Recanati che in rete inviava appelli a favore della cosiddetta “anoressia”, un’affezione psichiatrica consistente nella paura morbosa e ossessiva d’ingrassare e nell’altrettanto morbosa e ossessiva volontà di dimagrire. La quale stravaganza caratterizzerebbe il comportamento di non poche ragazze perfino quindicenni – stavolta i ragazzi non c’entrano – e purtroppo, dai e dai, può degenerare in serie malattie col rischio perfino di morirne. Questo è dunque il problema del quale, ripeto, ha spesso trattato l’informazione negli ultimi mesi. Perché, allora, ci torno? Per alcune riflessioni sui mutamenti dello “stile di vita” indotti dalla cosiddetta “modernità”.
Anzitutto una premessa: stiamo attenti a non demonizzare il presente illudendoci che il passato sia stato sempre e comunque migliore. Anche nei tempi ahimè lontani della mia gioventù, i genitori e soprattutto le madri badavano al peso corporeo delle loro figlie cercando di evitare che ingrassassero troppo. Di una “cicciona”, infatti, era meno probabile che qualcuno s’ innamorasse e giungesse a sposarla, una “meta finale”, questa, che allora – sto parlando degli anni cinquanta o sessanta del secolo scorso – era una specie di “regola fissa” per le appartenenti al genere femminile (un uomo adulto e non ammogliato era un rispettabile celibe, mentre una donna adulta e non maritata era, meno rispettabilmente, una “zitella”).
Ma a quei tempi ancora non si parlava di “emancipazione della donna” e le ragazze, purtroppo, avevano, nel loro comportamento più che nel loro cuore, una “autonomia personale” molto minore di quella dei maschi. Meglio adesso, dunque? Di cose migliori rispetto al passato non ce ne sono moltissime, ma questa certamente lo è.
Entro certi limiti, però. Nella tranquilla “Civitas Mariae” come Macerata crede di sentirsi, infatti, le vicende piuttosto clamorose tipo quella descritta all’inizio – quasi un invito, cioè, a crepare di fame – sono rare, ma qualcuna, probabilmente e purtroppo, ce n’è. Decidere di non nutrirsi fino al completo digiuno, e non perché l’ha provvisoriamente consigliato il medico ma soltanto per futilissime ragioni estetiche, denota uno “stile di vita” che oserei definire un paradossale “stile di morte”. La qual cosa, oggigiorno, rischia di diventare una specie di “ideologia fisica” per i giovani anche a prescindere dal loro sesso, ma con particolare riguardo per le appartenenti al genere femminile, che per ragioni antiche come il mondo – essere desiderate? – attribuiscono notevole importanza all’aspetto esteriore. E a tutto questo un formidabile aiuto l’ha dato e lo sta dando la società moderna, quella dell’apparire che prevale sull’essere e – compresi gli uomini, ma in minoranza rispetto alle donne – lo fa pressoché in tutto, in politica, nell’economia, nelle istituzioni pubbliche, nelle famiglie, nelle amicizie, negli amori.
Apparire, già. A Macerata, lungo Viale Puccinotti, vedo ragazze passeggiare eleganti e spavalde come delle autorevoli protagoniste del presente. Si pongono, insomma, in evidenza. Noi uomini crediamo che lo facciano per essere ammirate e invece lo fanno per se stesse, per credere con forza in se stesse, per puntare a ruoli sociali di maggior rilievo rispetto a quelli che le loro madri hanno avuto in passato. Ed è questo, magari con un po’ di ritardo, il reale significato della già detta “emancipazione femminile”, un fenomeno che sempre più spesso si fa largo ad ogni livello, in politica, nelle funzioni pubbliche, nelle professioni, nelle città, nelle regioni, nel parlamento, nel governo nazionale. Basta leggere le considerazioni un po’ amare di uomini che hanno avuto un grande potere ed ora, via via, lo vedono diminuire. Dicono: “Ormai non c’è niente da fare, presto comanderanno le donne”. Mi dispiace? Forse un po’, per patriottismo di genere. Ma le nostre compagne di vita se lo meritano, spesso sono più preparate, più pratiche, più attive, più costanti, più indipendenti degli uomini. E gli uomini, poveretti? Beh, faranno i loro uscieri. Ironia, nelle mie parole? Può darsi, ma mica tanta.

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