A passeggio nella storia
all’Abbadia di Fiastra
TOLENTINO - Si è chiuso il ciclo “Sentieri Parlanti" organizzato dallo Spi Cgil Macerata, che per l'ultimo appuntamento ha portato i partecipanti a scoprire i percorsi che, durante la Seconda guerra mondiale, collegavano la riserva naturale con l'ex campo di prigionia di Sforzacosta

La passeggiata di domenica scorsa
Si è svolta domenica l’ultima passeggiata del ciclo “Sentieri Parlanti 2026”, promosso dallo Spi Cgil Macerata e dalle leghe distrettuali Spi di Macerata e Matelica, in collaborazione con lo storico e guida ambientale escursionistica Matteo Petracci, il “Girastorie”.
Il ritrovo era all’Abbadia di Fiastra, che con i suoi sentieri curati, i prati e gli ampi spazi verdi è una meta molto frequentata da famiglie, camminatori e appassionati di sport all’aria aperta, che vi trovano un luogo ideale per passeggiate rilassanti o pedalate più impegnative. Meno noto, invece, è che proprio quegli stessi sentieri, quei campi e quelle strade di campagna furono, prima e soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, vie di fuga per i prigionieri di guerra alleati, in particolare britannici, reclusi nel campo di prigionia di Sforzacosta.

L’ex campo di prigionia di Sforzacosta visto dalle colline sopra l’Abbadia di Fisatra
I prigionieri, provenienti da diverse aree del Regno Unito, erano rinchiusi in un campo caratterizzato da condizioni di vita estremamente difficili: caldo soffocante e polvere durante l’estate, freddo e fango nei mesi invernali. Persino alcuni militari del Regio Esercito incaricati della sorveglianza ne descrissero nelle proprie memorie le gravi carenze strutturali, legate, secondo le testimonianze richiamate durante la passeggiata, anche alle speculazioni che avevano accompagnato la sua realizzazione. Accompagnati da un piacevole sole autunnale, i partecipanti hanno ripercorso quei luoghi ascoltando il racconto di Petracci, che ha restituito voce e dignità a una pagina di storia spesso poco conosciuta. Particolarmente significativo è stato il racconto del ruolo dei contadini e, soprattutto, delle donne, che offrirono ai prigionieri in fuga riparo, cibo, indicazioni e sostegno, mettendo spesso a rischio la propria sicurezza e quella delle loro famiglie. Una solidarietà che affondava le proprie radici anche nella storia e nelle condizioni di vita della civiltà contadina. Uomini e donne abituati per generazioni a subire le imposizioni dei proprietari terrieri, segnati dalle disuguaglianze sociali e da continui soprusi, avevano conosciuto direttamente, o attraverso i racconti dei propri familiari, gli orrori della Prima guerra mondiale.

Molti conservavano ancora la memoria delle promesse di una più equa distribuzione della terra, alimentate durante e dopo quel conflitto e rimaste largamente disattese. Da quelle esperienze maturava una profonda insofferenza verso la guerra e verso un sistema che, ancora una volta, chiedeva sacrifici soprattutto alle classi popolari. In questo contesto, offrire aiuto a chi fuggiva dalla prigionia divenne, per molte famiglie contadine, un gesto concreto di umanità, solidarietà e opposizione alla violenza della guerra. Una scelta tutt’altro che scontata, compiuta nonostante i gravissimi rischi che comportava. «Ricordare il passato non è un mero esercizio mnemonico – dichiara Sandro Pace della Lega Spi di Macerata – anche alla luce degli sconvolgenti fatti di cronaca a cui assistiamo, ricostruire i fallimenti di classi dirigenti incapaci di evitare tragedie e comprenderne le conseguenze, riconoscendo al tempo stesso il valore delle scelte e delle azioni delle persone più umili, significa offrire una chiave di lettura critica del presente. La memoria non deve essere soltanto conservata, ma deve aiutarci a comprendere l’oggi e a costruire un futuro diverso».
