Tremila chilometri in bici sulla Route 66:
«È più che una strada, è un’anima.
Nel deserto per 14 ore a 49 gradi» (Video)
COAST TO COAST - Nazzareno Prenna, 70 anni, prof di Tolentino in pensione, Simone Belleggia, 53 anni, e il civitanovese Walter Frudoni Agostini, 66, hanno attraversato gli States fino all'oceano Pacifico. L'ex insegnante: «Le ultime tappe sono state micidiali. Nel deserto della California è stato l'istinto di sopravvivenza a farci andare avanti»

Nazzareno Prenna
di Francesca Marsili
«Tremila chilometri in bici, centottanta nel deserto, con 49 gradi. Abbiamo pedalato dalle 7 del mattino alle 21. Ancora non so come abbiamo fatto: se la testa ti molla, sei finito». Il tolentinate Nazzareno Prenna, la sfida appena compiuta alla bellezza di 70 anni, la racconta con l’oceano Pacifico davanti e alle spalle un’America intera: in sella alla sua bicicletta ha percorso la Route 66, la strada che per quasi 4mila chilometri unisce i Grandi Laghi all’oceano, attraverso otto Stati, le praterie del Midwest, i canyon e il deserto. L’ex insegnante di Educazione fisica l’ha attraversata da Chicago a Santa Monica. Partito il 30 agosto con la bici smontata e imballata caricata nella stiva dell’aereo, l’8 ottobre alle 17,10, mentre a Tolentino erano le due di notte, ha appoggiato la bici alla ringhiera del molo. Quaranta giorni di viaggio, circa tremila chilometri in sella, 80, 90, anche 100 chilometri al giorno, con temperature micidiali. «È stata un’impresa eccezionale», dice oggi, alla fine di quella che lui stesso chiama «un’interminabile avventura».

È la strada dei motel con le insegne al neon e delle tavole calde cromate. È la strada delle famiglie in fuga verso ovest negli anni della Grande Depressione e dei ragazzi della Beat generation in cerca di libertà. Prenna l’ha percorsa pedalando, tra una Pepsi e lunghi bestioni su ruote che sfrecciavano lungo la lingua d’asfalto infuocata. Al suo fianco c’erano due amici: Simone Belleggia, 53 anni, promotore dell’impresa, e il civitanovese Walter Frudoni Agostini, 66. Il tolentinate ha passato una vita tra palestre e campi sportivi, e la fatica per lui è una vecchia conoscenza. «Li ho seguiti perché lo spirito di avventura ce l’ho dentro – racconta – ho sempre amato le sfide».
Il soprannome di Mother Road, strada madre, glielo diede John Steinbeck in Furore, il romanzo dei contadini che la percorrevano in cerca di lavoro in California. La Route 66 è stata aperta nel 1926 e quest’anno compie cent’anni. Resta l’emblema del viaggio on the road e del sogno americano. Oggi la percorrono anche i cicloturisti di tutto il mondo, su un itinerario dedicato di circa quattromila chilometri che finisce proprio sul molo di Santa Monica. I tre marchigiani l’hanno percorsa in bicicletta proprio nell’anno del centenario.
La prima parte del viaggio l’hanno fatta tutta in sella. Hanno attraversato l’Illinois, il Missouri, un pezzo di Kansas e di Oklahoma, poi il Texas fino ad Amarillo, la città delle Cadillac piantate col muso nella terra. Viaggiavano in autonomia, con le borse agganciate alla bici. Il termometro restava inchiodato tra i 43 e i 46 gradi. La sera dormivano nei motel sperduti lungo la strada, quelli con l’insegna che si accende al tramonto e a farti compagnia la notte ci sono le cicale. Nelle pause si ricaricavano all’americana, con ciambelle glassate e Dr Pepper alla fragola.

Da sinistra: Walter Frudoni Agostini, Nazzareno Prenna e Simone Belleggia
Ad Amarillo hanno cambiato programma. I tre hanno noleggiato un’auto, hanno caricato le bici e sono partiti verso i grandi paesaggi del West: il New Mexico, lo Utah con la Monument Valley, Las Vegas in Nevada e il Grand Canyon in Arizona. Dopo 2.470 chilometri hanno riconsegnato l’auto a Kingman, in Arizona, e sono tornati in sella per riprendere la Route 66 e portarla a termine. Miglia e miglia di asfalto rovente, chilometri di vento in faccia. Le partenze all’alba, le gambe che urlavano: «Un viaggio che mi ha messo alla prova», dice. A ristorare l’animo, oltre la goliardia dei compagni di questa folle avventura, Walter e Simone, i momenti magici: «I tramonti infuocati che dipingevano il cielo di azzurro e viola, gli sconosciuti incontrati durante il viaggio», dice l’ex insegnate.

«Le ultime tappe sono state micidiali – racconta Prenna -. La più dura è stata la traversata del deserto della California: 180 chilometri con il termometro a 49,3 gradi e quattordici ore in sella, dalle 7 del mattino alle 9 di sera. È l’istinto di sopravvivenza che ti fa andare avanti». Le guide per cicloturisti descrivono quel tratto, tra Needles e Barstow, come uno dei più isolati di tutto il percorso. Consigliano di portare scorte extra, perché tra un centro abitato e l’altro non c’è nulla, e lungo la strada bisogna superare anche due passi.

«Alla fine della tappa nel deserto abbiamo incontrato alcuni poliziotti. Quando abbiamo raccontato da dove venivamo e cosa avevamo appena fatto, gli agenti sono rimasti increduli», racconta il tolentinate. Prenna non dimentica chi ha pedalato al suo fianco: «Ce l’ho fatta anche grazie a Walter e Simone, due persone veramente eccezionali che mi hanno dato un grosso sostegno morale».
Poi sono arrivati gli ultimi chilometri verso Los Angeles e l’oceano. «Le ultime tappe, quando non hai più voglia di pedalare, sono state meno dure, ma sempre impegnative». In fondo c’era il molo di Santa Monica, con il cartello che segna la fine della Mother road il traguardo sognato da generazioni di viaggiatori. «La Route 66 è molto più di una strada; è un’anima, un pezzo di storia americana che ti entra dentro: la brezza del Pacifico, le palme di Santa Monica e la sensazione incredibile di avercela fatta. Ogni singola pedalata, ogni singola goccia di sudore, è valsa la pena» conclude Prenna, stanco ma felice, mentre si gode l’America prima di prendere il volo per rientrare a casa.
La mitica Route 66 in bici: Walter Frudoni e due amici per l’impresa (Foto/Video)