
Fatmir Cela
di Monia Orazi
Dietro l’aumento delle bollette idriche c’è una storia di costi energetici esplosi, reti da ammodernare e un sistema di governance ancora incompiuto. A raccontarla è l’avvocato Fatmir Cela, presidente di Centro Marche Acqua, società pubblica che gestisce il servizio idrico integrato per dodici Comuni a cavallo tra le province di Macerata e Ancona: Cingoli, Filottrano, Loreto, Montecassiano, Montefano, Montelupone, Numana, Osimo, Porto Recanati, Potenza Picena, Recanati e Sirolo.
«Le tariffe sono determinate dall’Arera sulla base dei costi comunicati dai gestori – spiega Cela -. Questi costi hanno due componenti principali: quella operativa e quella degli investimenti. Sul fronte operativo, il dato più significativo riguarda l’energia. Dal 2018 ad oggi, i costi per il pompaggio dell’acqua sono passati da 1,5 milioni di euro a 4,5 milioni: tre milioni in più, in larga parte a causa della guerra in Ucraina e del conseguente rialzo dei prezzi energetici. Un aumento che si è inevitabilmente trasmesso alle tariffe».
Nonostante le difficoltà, la qualità del servizio non ne ha risentito e i riconoscimenti nazionali lo confermano. Nel luglio 2025, Arera l’autorità di regolazione per energia reti e ambiente, ha premiato a Milano i gestori idrici più virtuosi d’Italia, valutando 201 gestori che coprono l’89% della popolazione nazionale. Astea, la società di cui Centro Marche Acqua è il principale socio pubblico con una quota del 79%, si è classificata terza in Italia per la qualità tecnica dell’acqua erogata, il macro-indicatore M3 della graduatoria Arera. «Siamo orgogliosi di questo risultato – dice Cela – È il frutto del lavoro meticoloso che facciamo ogni giorno sul territorio».
Sul tema della dispersione idrica, il presidente invita a leggere i dati con maggiore precisione.
«Il 13,9% citato dai rapporti nazionali si riferisce esclusivamente al territorio del capoluogo, gestito da Apm – dice Cela -. Considerando l’intero bacino servito dall’Ato 3, molto più vasto, che include borghi e reti più datate, la dispersione complessiva si avvicina al 30%, in linea con la media nazionale. Non è un dato di cui vergognarsi, ma va letto correttamente».
Centro Marche Acqua è il principale investitore dell’Ato 3, con sei milioni di euro stanziati. Il piano d’ambito in corso di definizione traccerà le linee guida della gestione idrica per i prossimi venticinque anni e prevede investimenti complessivi nell’ordine di 1,3 miliardi di euro. «Potrà essere rimodulato – precisa Cela -, ma richiederà comunque risorse ingenti, maggiori di quanto avviene attualmente: per ridurre le perdite, per l’efficientamento energetico, per ammodernare reti vecchie che richiedono interventi continui. Si sta valutando anche l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per la localizzazione delle perdite».
Sul fronte della governance, il percorso verso il gestore unico dell’Ato 3 è ancora in corso. «La bocciatura della Corte dei Conti ha rallentato i lavori, ma non ha cambiato la direzione. L’obiettivo che vogliamo fortemente è l’affidamento in house per i prossimi venticinque anni – dice Cela -. Contiamo di arrivarci entro due anni. Attendiamo che il professor Clarich indichi una linea percorribile in tempi celeri. L’Ato vuole una risposta. Il modello del consorzio sul tipo di Cuneo era stato inizialmente considerato, ma ciò che conta è tutelare l’interesse dei cittadini attraverso una gestione pubblica ed efficiente e la tutela dei posti di lavoro».
Una gestione pubblica che, secondo Cela, offre garanzie che il privato non può dare: «Le aziende pubbliche hanno limiti di investimento rispetto ai privati, è vero. Ma offrono una tutela ineguagliabile. L’acqua è un bene comune. E in un futuro in cui la risorsa sarà sempre più scarsa, questo non è un dettaglio secondario».
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