Guerra in Iran e rincari, Confindustria:
«Produzione sotto pressione,
a rischio anche l’export»

MACERATA - Federico Maccari (Agroalimentare): «Inevitabili ripercussioni sui prezzi al consumo». Michele Paoloni (Tessile): «Negozi e spedizioni subiscono chiusure e rallentamenti, compromettendo vendite e competitività». Il presidente Marco Ragni: «Non è realistico pensare che gli incrementi possano essere assorbiti interamente dalla filiera»

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Marco Ragni

«L’intervento militare in Iran ha ampliato in modo significativo i fattori di incertezza geopolitica, generando forti preoccupazioni anche tra le imprese del nostro territorio». La preoccupazione arriva dai rappresentanti di Confindustria Macerata che evidenziano come «il clima attuale è segnato da un aumento della tensione internazionale che si riflette immediatamente sulla stabilità dei mercati e sui costi di produzione. Le aziende segnalano quindi un quadro di crescente apprensione, determinato soprattutto dall’aumento dei costi energetici e logistici, dai ritardi nelle catene di approvvigionamento e dalle ricadute indirette che il conflitto sta producendo sull’intero sistema delle piccole e medie imprese».

In alcune filiere la situazione resta per ora gestibile – secondo l’associazione di categoria -, «ma si teme che scenari più critici possano manifestarsi nel breve periodo, mentre i settori più esposti stanno già registrando ricadute negative». Particolarmente delicata è la dinamica dei prezzi del petrolio: «Oltre agli effetti diretti della crisi mediorientale – scrive Confindustria Macerata -, l’andamento dei mercati evidenzia il rischio di comportamenti speculativi che stanno amplificando le oscillazioni, con impatti immediati su energia, materie prime e logistica».

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Federico Maccari

Nello scenario attuale, secondo l’associazione di categoria, i fattori critici che più preoccupano sono: «l’aumento del costo di energia elettrica e gas; il rincaro di materie prime e semilavorati; una crescita dell’inflazione e un clima di incertezza per consumi e investimenti; l’instabilità nelle forniture e aumento dei costi logistici anche a causa di dinamiche speculative; la forte riduzione della prevedibilità e difficoltà nella pianificazione produttiva. L’interazione tra volatilità dei costi energetici, aumento delle materie prime e incertezza logistica sta minando inoltre la competitività europea rispetto ai concorrenti extraUE, creando un rischio strutturale per la tenuta delle filiere produttive».

 

«Esprimo forte preoccupazione per gli effetti del conflitto in Iran – dice il presidente della Sezione agroalimentari Federico Maccari – l’aumento dei costi di carburanti e fertilizzanti sta gravando pesantemente sulle nostre produzioni. Mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz blocca rotte e container mettendo seriamente a rischio l’export dei nostri prodotti freschi. Le tensioni internazionali stanno generando rincari lungo l’intera filiera con inevitabili ripercussioni sui prezzi al consumo».

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Michele Paoloni

Anche il presidente della Sezione tessile Michele Paoloni è dello stesso avviso: «Rilevo con apprensione l’evolversi della situazione odierna: il conflitto in Iran ha fatto impennare i costi del petrolio e delle fibre sintetiche, mettendo sotto pressione la produzione. Le rotte nel Golfo sono bloccate o deviate, con ritardi e sovrattasse che colpiscono tutta la filiera. Negozi e spedizioni subiscono chiusure e rallentamenti, compromettendo vendite e competitività».

«Come rappresentante delle imprese sono profondamente allarmato – dice il presidente di Confindustria Macerata Marco Ragni – il conflitto in Iran sta aggravando i costi energetici e logistici minando la competitività delle nostre imprese. Diventa sempre più importante investire in infrastrutture strategiche per garantire l’autosufficienza ed autonomia energetica al nostro paese. Come ha anche ricordato il presidente Orsini l’aumento dei prezzi dell’energia e il blocco dello Stretto di Hormuz rischiano di rallentare le forniture e fare lievitare i costi, colpendo duramente il sistema produttivo italiano. Con oscillazioni così marcate nei costi di energia e materie prime, non è realistico pensare che gli incrementi possano essere assorbiti interamente dalla filiera: per salvaguardare la continuità produttiva, è inevitabile che tali aumenti vengano progressivamente ripartiti lungo l’intera catena del valore».



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