«Riforma giustizia? L’attendo da 36 anni.
Non c’è parità tra pm e avvocato
se il giudice gioca in una delle squadre»

REFERENDUM - L'avvocato Federico Valori sostiene il Sì: «Non da oggi. Da quando Giorgia Meloni era una giovane attivista del Msi, Berlusconi un tycoon e al Governo c’erano Craxi, Forlani e Andreotti. E’ un’occasione irripetibile: restituirebbe dignità ai cittadini attraverso gli avvocati. Emblematico il caso di Ivo Costamagna: 14 processi, sempre assolto, ma ha vissuto 15 anni di calvario»

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L’avvocato Federico Valori

di Francesca Marsili

Una manciata di giorni al voto per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. L’avvocato Federico Valori sostiene «pancia a terra» il Si alla riforma costituzionale che incide sull’organizzazione della magistratura. Non da oggi, ma da ben 36 anni: «Da quando Giorgia Meloni era una giovane attivista del Msi della sezione di Colle Oppio, Berlusconi era un tycoon e al Governo c’erano Craxi, Forlani e Andreotti – spiega -. Ovvero da quando dell’attuale politica contingente non c’era traccia. Era il settembre del 1990, in quel di Bologna, quando le Camere penali in un evento promosso da Rifondazione comunista chiedevano la separazione delle carriere. A che scopo? Per dare pari dignità all’avvocato rispetto al procuratore».

Avvocato Valori, perché votare sì al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo?

«Perché attraverso la separazione delle carriere si dà attuazione ad un principio costituzionale: la parità tra accusa e difesa. Secondo voi, può esserci parità quando a dirigere la partita è l’arbitro che appartiene a una delle due squadre? Questo è quello che avviene in un qualunque processo penale in Italia: il procuratore gioca con un vantaggio, quello che il giudice appartiene alla sua squadra, che in questo modo non è terzo. Questa riforma è resa necessaria dall’articolo 111 della Costituzione, che recita proprio in questi termini. E’ un’occasione irripetibile: restituirebbe dignità ai cittadini attraverso gli avvocati».

Di fatto cosa cambierebbe?

«Attraverso la separazione delle carriere, i procuratori, che sono quelli che vengono a sostenere l’accusa, potranno occuparsi di questa loro funzione specifica. È molto importante per l’efficienza della giustizia che i procuratori facciano bene il loro mestiere, che cerchino le prove e che queste siano efficaci nel dibattimento. I giudici invece, devono valutare le prove che la procura e le difese rappresenteranno loro. Ci saranno quindi non più uno ma due Consigli superiori della magistratura, che valuteranno il loro merito e la loro carriera in modo indipendente, ciascuno in base alla propria funzione. Il procuratore verrà valutato da altri procuratori in base all’efficacia delle proprie indagini, mentre i giudici verranno giudicati da altri giudici al fine di valutare se hanno deciso in modo adeguato o meno».

Il comitato per il no sostiene che nei fatti la separazione delle carriere c’è già…

«No, c’è la separazione delle funzioni, e questo vuol dire che il Csm rimane unico e che le carriere degli uni e degli altri vengono decise in modo promiscuo: i giudici decidono dei Procuratori e viceversa. Svolgendo due funzioni diverse e essendo riuniti sotto un unico Csm finiscono per rappresentare un’unica entità. Ed è proprio questa che bisogna dividere, perché si realizzi l’Art. 111, che prescrive che il processo avvenga in contraddittorio tra le parti e che queste siano poste in condizione di parità».

C’è poi l’altra questione cardine: il nuovo sistema elettorale del Csm, il sorteggio, in cosa si traduce la riforma?

«Non tutta, ma la magistratura organizzata sostiene che in questo modo si privano i magistrati del diritto di essere rappresentati politicamente. È proprio questo che si contesta: in un sistema ordinato, liberaldemocratico, i giudici non devono far politica, ma applicare la Legge. I criteri di selezione dei magistrati apicali devono essere quelli dell’efficienza e del merito, non quelli dell’appartenenza a questa o a quella corrente politica, seppur mascherata sotto le mentite spoglie di una corrente ideale. Secondo voi, le correnti che hanno fatto del male alla polita dovrebbero giovare alla magistratura? Per quale differenza ontologica? Il sorteggio quindi è l’unico modo per evitare che si ripeta lo scandalo Palamara. Dei 700 magistrati specificamente indicati per nome e cognome che avevano chiesto a Palamara di dirigere degli uffici giudiziari italiani, quanti hanno subito conseguenze dal punto di vista disciplinare? Nessuno. Sapete quanti membri del Csm non appartengono a correnti? Solo uno. Sapete qual è la percentuale di dirigenti degli uffici giudiziari appartengono alle correnti? L’80%».

Quale il beneficio per il cittadino con questa riforma?

«Che vi saranno degli avvocati dotati di almeno pari dignità, vedremo poi di conquistarci i pari diritti, perché non giochiamo ad armi pari. E la dignità dell’avvocato è la dignità del cittadino che deve essere difeso. Secondo: avremo degli uffici di Procura che finalmente si concentreranno sull’efficacia delle proprie indagini. Ci dicono che ci sono il 50% di assoluzioni, quindi si potrebbe pensare che il sistema funziona: i giudici sono indipendenti. In quella percentuale ci sono però una infinità di prescrizioni, che maturano tutte non certo per solo merito degli avvocati, ma dipendono dal fatto che è un lavoro svolto male e difeso peggio».

C’è un caso che ritiene emblematico?

«Quello di Ivo Costamagna, di cui ci occupammo io e mio padre (l’indimenticato Domenico Valori, ndr). Era un politico emergente, 29 anni negli anni della rivoluzione giudiziaria de ’92-93. Ha subito 14 procedimenti penali ed è sempre stato assolto, ma questo calvario è durato 15 anni. Naturalmente la sua carriera politica è stata tagliata, vilipesa, così come i cittadini che lo avrebbero votato».



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