
La visita del Politecnico
Che ne sarà delle Sae? Una risposta stanno provando a darla gli studenti di architettura del Politecnico di Torino che nei giorni scorsi hanno fatto sopralluoghi a Visso e Ussita per vedere sul campo quello che poi verrà tradotto nello sviluppo di soluzioni per il futuro di queste zone. Nei due comuni c’è stata una visita di tre giorni degli studenti e dei docenti dell’Atelier di Architettura e Costruzione del secondo anno della laurea triennale in Architettura del Politecnico di Torino nell’ambito dei protocolli d’intesa, ai fini didattici e di ricerca, firmati nel 2025 con entrambe le amministrazioni comunali.

«Oggi l’università può svolgere – ha detto Massimo Crotti, docente di Progettazione architettonica urbana del Politecnico di Torino -, con la didattica e la ricerca, un ruolo attivo di accompagnamento e di collaborazione con le comunità locali, come gli accordi quadro con Visso e Ussita stanno dimostrando».

È il secondo anno che le Sae sono oggetto di studio da parte del Politecnico. Il lavoro è coordinato oltre che da Massimo Crotti, dai docenti Manuel Ramello (Tecnologia dell’architettura) e Amedeo Manuello Bertetto (Scienze delle costruzioni), insieme all’architetta Ilaria Tonti, ricercatrice esperta dei temi e degli effetti dell’abitare temporaneo nelle aree post-sisma e membro dell’associazione Temp-Ets e di C.A.S.A. – Cosa accade se abitiamo.

La visita del Politecnico
Una visita che è stata anche un osservare spunti per il futuro, immaginare come le aree sae possano trasformarsi, una volta che chi ci vive potrà finalmente far ritorno nella propria abitazione, «in nuove zone con destinazione residenziale permanente, a partire dalla constatazione che molti di questi nuovi insediamenti – dicono i coordinato dello studio – sono diventati nuove centralità urbane dei paesi colpiti e, nel tempo, hanno generato nuove relazioni di comunità».

Prof e futuri architetti hanno visitato le sae di Villa Sant’Antonio e di via Cesare Battisti a Visso, e di Capovallazza e di Pieve a Ussita. Luoghi, dicono ancora gli esperti: «ormai integrati nella vita pubblica» e che sono entrati «a far parte della quotidianità e identità dei luoghi.

Da qui la proposta di immaginare dei progetti che migliorino la qualità architettonica degli edifici e degli spazi pubblici – dalle aree di incontro ai parcheggi, fino agli spazi verdi – intervenendo a partire dalle condizioni attuali. Uno sguardo nuovo che immagina di rendere queste estensioni urbane più rispondenti all’abitare contemporaneo e meglio integrate nel contesto». Questo, aggiungono, «partendo da una consapevolezza ormai chiara: queste aree non torneranno alle condizioni precedenti, ma sono diventate parte integrante del paesaggio costruito».

Se lo scorso anno i progetti si erano concentrati sull’ipotesi di sostituire i moduli prefabbricati con nuove architetture, quest’anno gli studenti si misureranno con la possibilità di intervenire sulle Sae, modificandole, integrandole, «per proporre nuovi scenari insediativi in continuità con l’attuale assetto urbano».

Serve, dicono, un approccio che superi la logica dell’emergenza «e inviti a guardare in modo pragmatico e propositivo al futuro di borghi e paesi che, tra nuovi insediamenti emergenziali e la ricostruzione in atto, hanno quasi raddoppiato il loro patrimonio costruito, pur continuando a confrontarsi con un costante calo demografico di abitanti». Nel corso della visita il gruppo ha incontrato sia i residenti delle Sae, sia è entrato nella zona rossa di Visso.
Nelle visite sono stati accompagnati e hanno incontrato i geometri Dario Morosi e Marco Cruciani, l’assessore Luca Testa di Visso, la sindaca Silvia Bernardini di Ussita, e poi Giovanni Marinelli e l’architetta Sara Biondo (Simau – Università Politecnica delle Marche) estensori del Psr di Visso.

Massimo Crotti in conclusione ha sottolineato: «È per noi importante che gli studenti si confrontino con le realtà dei territori fragili e vulnerabili, quali quelli del sisma e delle aree interne, e che possano misurarsi fin da subito con la trasformazione del patrimonio costruito esistente, acquisendo le giuste sensibilità ambientali e sociali».
Ilaria Tonti, ha aggiunto: «Gli insediamenti temporanei, nati per l’emergenza, sono diventati parte della vita quotidiana e del paesaggio dei luoghi. Ora è tempo di documentare ciò che è stato realizzato e di comprendere come si abitano questi luoghi, per iniziare a immaginare, insieme alle comunità locali, possibili nuovi scenari di trasformazione e di riuso, e perché no, anche in modo permanente. Il futuro delle aree Sae, come di tutte le altre strutture emergenziali realizzate, passa anche dalla capacità di leggere le diverse sfumature del loro post-uso e di riconoscere il valore delle relazioni e delle pratiche che nel tempo si sono consolidate».
(Redazione Cm)















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