L’inverno tra chi vive nelle Sae:
«Il pericolo è la rassegnazione»
«Persi dieci anni di vita»

NEL CRATERE - Le voci dai villaggi delle casette dove vive chi ha perso la casa nel 2016 per il terremoto. Loredana Dell’Orso vive a Pieve Torina: «In tanti si sono addormentati. Se domani mi dicessero che posso rientrare a casa mia venderei tutto il prima possibile e me ne andrei con la dignità che mi è rimasta». Antonio Salvucci (commerciante): «La vera ricostruzione deve partire dal lavoro, offrire ai giovani un motivo per restare o per venire qui. Il turismo dura una giornata e non porta le nuove generazioni ad affezionarsi a questi luoghi». A Muccia, raccontano: «Molte persone accettano che la situazione ormai sia questa. Tanti bambini sono cresciuti senza aver mai visto il centro storico. Ci si può adattare ma non è casa»

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Sae a Muccia

di Leonardo Giorgi

Da dieci anni trascorrono l’inverno nelle Sae, accade a Muccia e Pieve Torina dove le casette sono state abbellite, sono diventati villaggi con le proprie consuetudini, luoghi ordinati che però a volte sembrano essersi portati via la speranza del ritorno a casa: «il vero pericolo è la rassegnazione» dice una delle residenti delle casette muccesi, mentre a Pieve Torina Loredana Dell’Orso parla di «dieci anni di vita perduti, e siamo ancora qui. Se mi ridessero oggi la mia casa? Venderei e me ne andrei».

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Loredana Dell’Orso

Sono questi villaggi di Sae ordinati, che dovevano durare pochi anni, nella speranza di poter far ritorno nelle proprie abitazioni. Invece l’attesa si è prorogata stagione dopo stagione, anno dopo anno. Dieci quelli passati dal sisma del 2016. E come va lassù in alcune delle zone più colpite? «Molte persone accettano che la situazione ormai sia questa. Tanto bisogna andare avanti» dice Rossella (che chiede di comparire col solo nome di battesimo) mentre prepara il pranzo in una delle dozzine e dozzine di casette color ocra dove vive buona parte dell’umanità rimasta a Muccia. «Tutto sommato – racconta – le case si scaldano in fretta, sono comode».

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Quello che è a prima vista un quartiere caserma fitto di camerate tutte uguali, in realtà cela i suoi punti di riferimento, i suoi segni di vita vissuta. Una casetta ha una veranda che copre la porta d’ingresso con una bella struttura in legno e teli di plastica, dove vasi e piante colorate disegnano un’atmosfera quasi tirolese. Da un’altra parte, un anziano è riuscito a ricavare un piccolo orticello davanti la facciata d’ingresso. Un’altra casetta ha la porta arricchita da ceramiche dai toni pastello, mentre un paio di mountain bike testimoniano un probabile atletismo dei proprietari. Tante altre abitazioni espongono sedie, ciotole e cucce: ci sono gatti dappertutto, sonnecchiosi e pasciuti. «Le persone si sono adattate – continua Rossella -. Tanti bambini stanno crescendo qui, intere generazioni che non hanno mai visto la vera Muccia, il suo centro storico».

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Prima di salutarci, Rossella alza un’ultima volta lo sguardo dai fornelli e a bassa voce fa: «Però non è casa nostra. Ci si può adattare e l’inverno non è freddo, ma non è casa. Secondo me il vero pericolo qui, oltre allo spopolamento, è la rassegnazione».

La rassegnazione, forse, è l’ultima difesa per una popolazione che – a quasi 3.400 giorni dai terremoti del 26 e del 30 ottobre 2016 – non ha ancora trovato alcunché della “normale” quotidianità della vita nell’entroterra. Fiorella Cola, 84enne, vive in una casetta con suo marito. «Per noi che siamo tanto anziani è cambiato poco. Io mi trovo bene qui, poteva andare peggio». Per altre persone, però, il terremoto ha aperto voragini senza fondo. «Io a Pieve Torina ho investito 400mila euro per acquistare due case pochi mesi prima del terremoto» racconta Loredana Dell’Orso, residente nelle sae e sorella del compianto Massimo, scomparso a 56 anni, in circostanze drammatiche due anni dopo il terremoto. L’uomo si era trasferito ad Alba Adriatica, dopo essere stato costretto a spostarsi dai luoghi che amava. Curava il centro faunistico del Parco nazionale dei Sibillini, a Castelsantangelo, un territorio caro a tutta la famiglia Dell’Orso. «Ma adesso qui non c’è più nulla, anzi – sottolinea Loredana – tante persone stanno meglio ora, ormai in tanti si sono addormentati. Cosa farei se domani mi dicessero che posso rientrare a casa mia? Venderei tutto il prima possibile e me ne andrei con la dignità che mi è rimasta. Ormai non c’è più neanche il mio cane, il vuoto che provo è immenso. Ho perso dieci anni di vita e sono ancora intrappolata qui».

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Tra tutto quello che è rimasto in queste zone c’è la parrocchia. A Muccia, prima della messa del sabato pomeriggio, alcune signore si ritrovano a recitare il rosario all’interno di una chiesa dalla forma cubica, accanto a un sottile e alto campanile fatto in travi di legno. «La parrocchia c’è ancora – dicono – però qui piano piano stiamo sparendo. Non è come prima. Siamo tutte dieci anni più vecchie rispetto a prima del terremoto, è difficile sperare in altro». A dieci anni dal terremoto, persino un minimarket può diventare un luogo di aggregazione. Nonostante il dolore e un territorio che piano piano perde pezzi, ci sono persone che hanno fatto di tutto per tenere in piedi la quotidianità di queste zone. Tra questi professionisti, c’è Antonio Salvucci e il suo negozio Frigo, ben fornito di prodotti surgelati.

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«La vera ricostruzione – spiega Antonio – deve partire dal lavoro, offrire ai giovani un motivo per restare o per venire qui. Bisogna ricostruire il tessuto sociale, inventarsi qualcosa a livello amministrativo, accorpare dei comuni, non saprei. Però è da lì che bisogna partire, le passerelle non ci servono, così come il turismo che si conclude nella visita che dura una giornata e che non porta le nuove generazioni ad affezionarsi a questi posti». Nel senso di rabbia e di delusione che passa dalle parole di Antonio, tuttavia, c’è anche un motivo di speranza, la ragione che ha tenuto in piedi chi vuole restare e chi ancora sa che nel futuro c’è ancora posto per queste terre: «Qui abbiamo qualcosa che nessun altro ha. Per questo è stato difficile andare via per tante persone. I giovani che sono cresciuti al mare rimarranno forse lì e va bene. Ma io, quando mi sveglio la mattina, apro la finestra e vedo le montagne, vedo i prati, respiro quest’aria».



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