
Sae a Muccia
di Leonardo Giorgi
Da dieci anni trascorrono l’inverno nelle Sae, accade a Muccia e Pieve Torina dove le casette sono state abbellite, sono diventati villaggi con le proprie consuetudini, luoghi ordinati che però a volte sembrano essersi portati via la speranza del ritorno a casa: «il vero pericolo è la rassegnazione» dice una delle residenti delle casette muccesi, mentre a Pieve Torina Loredana Dell’Orso parla di «dieci anni di vita perduti, e siamo ancora qui. Se mi ridessero oggi la mia casa? Venderei e me ne andrei».

Loredana Dell’Orso
Sono questi villaggi di Sae ordinati, che dovevano durare pochi anni, nella speranza di poter far ritorno nelle proprie abitazioni. Invece l’attesa si è prorogata stagione dopo stagione, anno dopo anno. Dieci quelli passati dal sisma del 2016. E come va lassù in alcune delle zone più colpite? «Molte persone accettano che la situazione ormai sia questa. Tanto bisogna andare avanti» dice Rossella (che chiede di comparire col solo nome di battesimo) mentre prepara il pranzo in una delle dozzine e dozzine di casette color ocra dove vive buona parte dell’umanità rimasta a Muccia. «Tutto sommato – racconta – le case si scaldano in fretta, sono comode».

Quello che è a prima vista un quartiere caserma fitto di camerate tutte uguali, in realtà cela i suoi punti di riferimento, i suoi segni di vita vissuta. Una casetta ha una veranda che copre la porta d’ingresso con una bella struttura in legno e teli di plastica, dove vasi e piante colorate disegnano un’atmosfera quasi tirolese. Da un’altra parte, un anziano è riuscito a ricavare un piccolo orticello davanti la facciata d’ingresso. Un’altra casetta ha la porta arricchita da ceramiche dai toni pastello, mentre un paio di mountain bike testimoniano un probabile atletismo dei proprietari. Tante altre abitazioni espongono sedie, ciotole e cucce: ci sono gatti dappertutto, sonnecchiosi e pasciuti. «Le persone si sono adattate – continua Rossella -. Tanti bambini stanno crescendo qui, intere generazioni che non hanno mai visto la vera Muccia, il suo centro storico».

Prima di salutarci, Rossella alza un’ultima volta lo sguardo dai fornelli e a bassa voce fa: «Però non è casa nostra. Ci si può adattare e l’inverno non è freddo, ma non è casa. Secondo me il vero pericolo qui, oltre allo spopolamento, è la rassegnazione».
La rassegnazione, forse, è l’ultima difesa per una popolazione che – a quasi 3.400 giorni dai terremoti del 26 e del 30 ottobre 2016 – non ha ancora trovato alcunché della “normale” quotidianità della vita nell’entroterra. Fiorella Cola, 84enne, vive in una casetta con suo marito. «Per noi che siamo tanto anziani è cambiato poco. Io mi trovo bene qui, poteva andare peggio». Per altre persone, però, il terremoto ha aperto voragini senza fondo. «Io a Pieve Torina ho investito 400mila euro per acquistare due case pochi mesi prima del terremoto» racconta Loredana Dell’Orso, residente nelle sae e sorella del compianto Massimo, scomparso a 56 anni, in circostanze drammatiche due anni dopo il terremoto. L’uomo si era trasferito ad Alba Adriatica, dopo essere stato costretto a spostarsi dai luoghi che amava. Curava il centro faunistico del Parco nazionale dei Sibillini, a Castelsantangelo, un territorio caro a tutta la famiglia Dell’Orso. «Ma adesso qui non c’è più nulla, anzi – sottolinea Loredana – tante persone stanno meglio ora, ormai in tanti si sono addormentati. Cosa farei se domani mi dicessero che posso rientrare a casa mia? Venderei tutto il prima possibile e me ne andrei con la dignità che mi è rimasta. Ormai non c’è più neanche il mio cane, il vuoto che provo è immenso. Ho perso dieci anni di vita e sono ancora intrappolata qui».

Tra tutto quello che è rimasto in queste zone c’è la parrocchia. A Muccia, prima della messa del sabato pomeriggio, alcune signore si ritrovano a recitare il rosario all’interno di una chiesa dalla forma cubica, accanto a un sottile e alto campanile fatto in travi di legno. «La parrocchia c’è ancora – dicono – però qui piano piano stiamo sparendo. Non è come prima. Siamo tutte dieci anni più vecchie rispetto a prima del terremoto, è difficile sperare in altro». A dieci anni dal terremoto, persino un minimarket può diventare un luogo di aggregazione. Nonostante il dolore e un territorio che piano piano perde pezzi, ci sono persone che hanno fatto di tutto per tenere in piedi la quotidianità di queste zone. Tra questi professionisti, c’è Antonio Salvucci e il suo negozio Frigo, ben fornito di prodotti surgelati.

«La vera ricostruzione – spiega Antonio – deve partire dal lavoro, offrire ai giovani un motivo per restare o per venire qui. Bisogna ricostruire il tessuto sociale, inventarsi qualcosa a livello amministrativo, accorpare dei comuni, non saprei. Però è da lì che bisogna partire, le passerelle non ci servono, così come il turismo che si conclude nella visita che dura una giornata e che non porta le nuove generazioni ad affezionarsi a questi posti». Nel senso di rabbia e di delusione che passa dalle parole di Antonio, tuttavia, c’è anche un motivo di speranza, la ragione che ha tenuto in piedi chi vuole restare e chi ancora sa che nel futuro c’è ancora posto per queste terre: «Qui abbiamo qualcosa che nessun altro ha. Per questo è stato difficile andare via per tante persone. I giovani che sono cresciuti al mare rimarranno forse lì e va bene. Ma io, quando mi sveglio la mattina, apro la finestra e vedo le montagne, vedo i prati, respiro quest’aria».
Con la ricostruzione tanta gente si è arricchita ma c'è chi non ha ancora un tetto fatto bene sulla testa dopo dieci anni. E fossero solo questi i problemi. Le vergogne dell' Italia.
Tra imprese e ingegneri sanno fregato tutti i soldi ...
La "ricostruzione" è stata un fallimento totale, solo speculazione e consumo di territorio
Basta vedere la demografia , per quando sarà finita rimarranno vuote , basta vedere colfiorito tutte case vuote dopo il terremoto del 96 stesso modello
Io non mi rassegno!! Sono nata lì e devo alla mia famiglia e a quei paesini la mia caparbieta' e la spensieratezza di un' infanzia impossibile da dimenticare! Poter respirare aria pulita, giocare ore e ore all'aperto, correre sui prati, con vicini che erano "famiglia" non ha prezzo...
Silvia Laporta infatti hai fatto l'unica cosa sensata ti sei trasferita a Macerata dove ci sono possibilità lavoro e vita
Sveva Sveva Signora io non mi sono trasferita qui per lavoro! Sono qui per il lavoro dei miei genitori...amo Macerata che è la mia casa ma porto nel cuore quei meravogliosi posti che solo chi ci ha vissuto sa cosa significhino!! Ogni occasione era buona per trascorrere tempo prezioso lì e il terremoto ha tentato di spezzare questo legame ma non ci è riuscito
Sveva Sveva Le citta' sono "comode" ha detto bene...la comodita' non è tutto!! Anzi!!
Silvia Laporta Ma dove ho detto comode? Infatti sono paesi da visitare, forse bisognava puntare sul turismo come la toscana. Perché poi per vivere all'umano servono i servizi essenziali, al paese serve che l'umano investa nell'economia. Però anche l'utopia e i desideri sono interessati, sono un sentore comune nel nostro paese, hanno garantito le vittorie politiche dei partiti antagonisti.
Sveva Sveva Lei non ha detto esplicitamente "comode" ma il concetto era chiaro secondo me. C'è chi ci vive bene nonostante le tante difficolta' e purtroppo in questi anni hanno puntato quasi esclusivamente sul turismo e i risultati sono evidenti!! Hanno detto fin da subito che non c'erano i soldi per la ricostruzione e che ci sarebbero voluti molti anni perche' dovevamo metterci in coda ai terrenoti precedenti...ora penso che sia ora di sbloccare fondi e ricostruire
Il più grande errore? Non aver accorpato i vari paesini ma facendo la ricostruzione in ogni paesino no sense.
Simone Paciarotti se si fossero privilegiati gli interessi e il bene del Popolo quello che hai citato era la giusta direzione: io gìá dopo il terremoto del 1997 mi sgolai per dare inizio alla Camerino nuova: ad esempio nel territorio delle Calvie o in un altro sito ampio e agevole dal punto fi vista topografico ma il tutto è ruotato intorno agli interessi dei sindaci e dei capiPopolo che come i pastori se ne fregano del bene delle loro pecore: per loro l'importante è tenerle unite, vicine a loro e sottomesse a loro.
Simone Paciarotti Bene, lo vada a dire a quelli che vivono nelle SAE o ad alcuni Sindaci , il progetto c' era ed era anche abbozzato ma a furor di popolo e per uno stupido, dannato e becero campinilismo si è dovuto fare marcia indietro. Le tante vituperate SAE all'inizio tanto contestate, (persino dai terremotati romani !!!), ora sta accadendo il contrario non le vogliono lasciare e strano a dirsi c'è la corsa per l'assegnazione di quelle lasciate libere. Lo spopolamento delle zone montane è iniziato già prima del terremoto , semmai ha contribuito alla diaspora, il motivo é semplice la mancanza di servizi essenziali, la mancanza di figure "politiche" per una aggregazione della popolazione e frotte di "prenditori" sui generi che "pijano" e scappano. Il rovescio positivo della medaglia ? l'aumento della popolazione ad opera di immigrati , come la corposa presenza della comunità Senegalese, (gente di una straordinaria educazione e voglia di lavorare). Grazie ai pseudo e dannati amministratori locali siamo rimasti come don falcuccio, con una mano davanti e una retro. Un "terremotato"
Fosse Solo 10 anni di Vita!
Quanta gente si è arricchita col CAS. E tutt'ora percepisce denaro pubblico ingiustamente?
Dovete sapere se tra 4..5..anni se non rifà un'altro terremoto tutte le imprese chiuderanno e addio operai..
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c’è da fà il ponte sullo stretto di Messina fate i bravi e accontentatevi de se casette di plastica….
Mia madre era di Costafiore frazione che amo, dove ho passato le vacanze da bambino, certamente non vivo i grossi problemi dei residenti, ma dopo 10 anni sono rassegnato e difficilmente potrò ritornare a passeggiare ” nei luoghi del silenzio ” bellissimi , solo scrivere queste parole mi fa venire la tristezza per un tempo che fù .
Grazie a chi ci vive i quartieri delle SAE sono belli.