
Norma Stramucci
Proprio al Centro nazionale studi leopardiani di Recanati, nel 1995, con allora presidente Franco Foschi, Norma Stramucci presentava il suo primo libro di versi, “L’Oro unto”. Nello stesso luogo festeggerà, sabato alle 17,30, i suoi 30 anni di poesia con un volume molto particolare, dal titolo “Banksy e me”, edito da Manni.
Il pomeriggio sarà allietato, dopo i saluti del presidente Fabio Corvatta, dell’assessore Ettore Pelati, del direttore Ermanno Bracalente, dalla presenza della “Macina” di Gastone Pietrucci con un omaggio a Franco Scataglini e Francesco Scarabicchi, per sottolineare gli inizi poetici di Stramucci che hanno avuto in Scataglini il proprio grande maestro e in Scarabicchi un caro compagno di strada e un esempio. Il cerchio si chiude con la presenza di Massimo Raffaeli che tra l’altro, oltre ad avere sempre seguito la poetessa, ha curato la prefazione di questa sua ultima opera come della prima, e che nell’occasione presenterà il nuovo volume.
Trenta anni in cui la sua produzione è stata ben proficua, con ben 10 titoli che le sono valsi anche alcuni importanti riconoscimenti, come, per citarne uno soltanto, il prestigioso Premio Camaiore per la sua opera di traduzione dei “Calligrammi” di Apollinaire. Trenta anni in cui la poesia le è sempre stata compagna di vita, anche nelle circostanze più drammatiche. Un impegno, in questi trent’anni anche in prosa, sia con “Lettera da una professoressa” (Manni 2008), dedicato al mondo della scuola, sia con “Se mi lasci ti uccido” (Abelpaper 2009), sulla tematica del femminicidio, ancora drammaticamente attuale.
Dopo “Soli 3 + (quell’altro)” (Arcipelago Itaca 2019), ecco “Banksy e me”, che raccoglie testi che vanno dal Natale 2023 a quello 2024. Ognuno porta il titolo dell’opera del famoso street artist che l’ha ispirata. Ma non sono le opere di Banksy, come si legge nella quarta di copertina, un pretesto o un appoggio. Sono la condivisione di una denuncia sociale sulle vittime dei nostri giorni, un nesso tra parola e immagine, in una particolare sintonia. Ecco dunque che nel libro la poetessa unisce al proprio personale dolore un dolore più ampio, quello ad esempio per i bimbi uccisi nelle guerre o per chi, affrontando il mare in cerca di salvezza, nel mare ha trovato la morte. Non si tratta comunque di versi cupi perché all’angoscia subentra sempre la speranza in un domani migliore, metaforicamente rappresentata da vite che sorgono. Il tutto in una lingua che, celando l’accurata scansione metrica, tende alla semplicità, un traguardo difficile da conseguire se la intendiamo alla maniera di Leopardi come naturalezza.
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