
Il sindaco di Porto Recanati Andrea Michelini
«Ubalda? È stata una crasi involontaria tra il nome e il cognome», così il sindaco di Porto Recanati Andrea Michelini risponde alla consigliera Rosalba Ubaldi, capogruppo del Centro destra unito, che aveva denunciato il fatto che nel corso dell’ultimo consiglio comunale il sindaco nel darle la parola l’avesse chiamata Ubalda «e non è stata la prima volta» aveva detto la consigliera ritenendolo un atteggiamento dispregiativo nei suoi confronti. Il sindaco chiarisce di non averla chiamata “Ubalda” volontariamente. Il Comune in una nota spiega che il sindaco «L’ha chiamata Ubalda per il semplice motivo che preso dalla foga e dalla concitazione che un acceso Consiglio comunale stava animando, altro non ha fatto che formulare una assolutamente involontaria crasi cacofonica tra il nome Rosalba e il cognome Ubaldi.

Rosalba Ubaldi, consigliera comunale del Centro Destra Unito
Il tutto, dovuto ad una distrazione per la quale si chiede scusa alla consigliera Ubaldi. Nessun intento dunque di voler offendere la consigliera Ubaldi richiamando titoli di film spinti degli anni 70, come purtroppo in molti hanno in modo polemico sottolineato o subdolamente lasciato intendere.
Ci si augura che, chiarita questa vicenda, si possa mettere un punto ad una futile diatriba politica che, considerata la buona fede del sindaco, non aveva nessun motivo di esistere.
L’augurio è che da ora in poi ci si possa tutti insieme, maggioranza e opposizione, dedicare al bene e alle problematiche della nostra città».
Non oso pensare cosa sarebbe accaduto se li avesse fatti il centrodestra
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Quando la pezza è peggio del buco…
Era meglio scusarsi veramente o fare scena muta….
O crasi, o crasi mia, cos’è mai questa crasi?
O fusione mostruosa
che nel buio del discorso, tra le doglie del dire,
ti generi, o mostriciattolo fonetico,
senza battesimo né prete,
ma solo per l’urto cieco di due vocali in fuga,
come due tram milanesi che si scontrano a Porta Vittoria
e dal ferro contorto nasce un ibrido: cràsi!
Cos’è questa crasi, o crasi,
se non l’ernia del linguaggio,
il bubbone purulento della sintassi,
dove la vocale si gonfia come un pallone,
la consonante si fa bozza,
l’accento si sposta come un ladro,
e dal pastrocchio, dal groviglio,
dal coacervo di suoni in collisione,
nasce la mostruosità: cràsi!
Cràsi! Nome di serva bergamasca,
che porta il secchio del latte e il destino.
O crasi involontaria, tu sei
il bacio non dato,
il congiuntivo che si fa indicativo,
il «che» che si mangia la vocale,
come il topo di campagna si mangia il formaggio
del commendatore, lasciando solo la crosta:
cràsi, crosta di senso, crosta di suono!
Eppure, o crasi, in te si cela il genio
della lingua italiana, che si contorce
come la trippa nel tegame,
che si annoda come le budella del maiale,
e dal nodo, dal groviglio, dal pastrocchio,
nasce la bellezza: cràsi,
fusione sublime, involontaria,
ma necessaria, come il delitto nel giallo,
come il refuso nel capolavoro!
Ma quella crasi è stata eufonica, non cacofonica. Solo che è stata interpretata come una presa in giro…