«Io, sfruttato per due anni.
Trovate il coraggio di denunciare»

TREIA - La storia di Basheer Ahmed che per tutto il giorno doveva seguire un gregge e viveva in un alloggio fatiscente. Poi la scelta di cambiare vita. Il 31enne originario del Pakistan è entrato in un programma di inserimento: «Ora ho un lavoro regolare e sto prendendo la patente». Principi e De Luca (Cgil): «Più garanzie per chi denuncia»

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Da sinistra: Daniele Principi, Basheer Ahmed e Massimo De Luca

di Giulia Sancricca

Dal buio alla speranza. È la storia di Basheer Ahmed, 31 anni, originario del Pakistan, che ha detto «no» allo sfruttamento. È la storia di chi, pur sapendo che denunciare avrebbe significato perdere tutto, ha scelto la legalità. E quella denuncia – che in un primo momento lo ha lasciato per strada, senza un tetto, senza un lavoro, senza certezze e nemmeno qualche spicciolo da mandare alla sua famiglia – oggi gli ha aperto le porte di una nuova vita.

Per due anni a completa disposizione di un gregge, con un’ora sola di pausa in tutta la giornata per poter mangiare. Niente domeniche, niente festivi. L’alloggio in un edificio fatiscente. Poi il coraggio di denunciare. Lo stesso coraggio che oggi spinge Basheer a raccontare la sua storia, a volto scoperto, per testimoniare che cambiare si può. Che c’è sempre una luce anche dietro la notte più buia. 

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L’edificio dove viveva Basheer

«Sono arrivato nel nord Italia nel 2020 – racconta – in piena pandemia. Poi nel 2022 sono venuto in provincia di Macerata, a Civitanova, e con la mia bicicletta mi spostavo ogni giorno fino a Piediripa per cercare lavoro. Sono entrato in contatto con un intermediario che mi ha fatto conoscere un’azienda agricola nelle campagne di Treia e ho iniziato a lavorare lì». Ma con il lavoro inizia l’incubo: «Eravamo in tre, io con un contratto di due ore al giorno, anche se ne lavoravo minimo 12 quando andava bene – racconta -, per circa mille euro al mese ,dei quali la maggior parte mi veniva corrisposta fuori busta e senza garanzie. Altri due ragazzi erano totalmente in nero. Le condizioni di lavoro erano disumane, h24 al servizio del gregge e per riposarci qualche ora avevamo a disposizione un edificio fatiscente in pieno centro a Treia».

Due anni difficili, in cui il coraggio di andare avanti arrivava solamente dal pensiero di aiutare la sua famiglia in Pakistan: «Era dura, molto dura – confida Basheer – ma non potevo mollare perché mia moglie, mia sorella e mia madre aspettavano il mio sostegno». 

Poi l’incontro con i rappresentanti della Cgil e la speranza di poter cambiare qualcosa. «Quando Basheer è arrivato da noi l’estate scorsa – dice Massimo De Luca, coordinatore Flai Cgil – era consapevole che si trovava in una realtà lavorativa irregolare. Una consapevolezza data anche dagli anni di esperienza al nord in cui le condizioni erano difficili ma mai come quelle in cui abbiamo trovato lui e i suoi colleghi». La sera stessa che Basheer si confronta con il sindacato, i rappresentanti della Cgil si recano nell’edificio dove il 31enne viveva con gli altri due lavoratori: «Era una catapecchia nel cuore di Treia – dice De Luca -, non un rudere in aperta campagna,  e anche questo dovrebbe far riflettere. Mi ha raccontato che ogni volta che faceva presente al titolare che nella busta paga gli venivano riconosciute solo due ore di lavoro, nei giorni seguenti non veniva chiamato a lavorare, diminuendo quindi ulteriormente lo stipendio mensile».

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Allora Basheer e i suoi colleghi, dopo settimane di dubbi sul loro futuro, iniziano a maturare l’idea di denunciare: «Hanno sporto querela e sono arrivati i carabinieri del Nucleo ispettivo – dice De Luca -. La sera stessa uno dei tre lavoratori che aveva contribuito a smascherare quella situazione è stato rimpatriato perché irregolare e lo stabile fatiscente e non a norma dove vivevano è stato posto sotto sequestro».

Così il buio, che nelle condizioni in cui si trovavano i tre lavoratori era già fittissimo, si è fatto ancora più pesto: «Quella sera in cui mi sono ritrovato senza più nulla – confida Basheer – ho pensato che forse avrei fatto meglio a starmene zitto. Ma ora che la mia vita è cambiata posso dire invece di aver fatto bene ad aver trovato il coraggio di denunciare. Ed è un coraggio che consiglio a tutti coloro che sono nella mia stessa situazione di trovare».

Allora è entrata in gioco la sinergia tra associazioni: «La Cgil – dice il segretario provinciale Daniele Principi – si è messa in contatto con un’associazione che si occupa della tutela dei lavoratori vittime di sfruttamento e che è riuscita a ricollocare Basheer e il suo collega in un programma di inserimento sociale. È stata trovata loro una abitazione e un lavoro nel sud delle Marche».

«Ora ho un contratto regolare – dice Basheer -, ho orari di lavoro adeguati e giorni di riposo. Sto prendendo la patente e sto cercando una casa dove poter andare alla fine del percorso di inserimento. Quando mi sarò sistemato farò arrivare in Italia anche la mia famiglia».

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Ma se dalla storia di Basheer arriva un esempio di coraggio e di speranza, non si può fare a meno di notare come il sistema abbia ancora delle falle: «Le istituzioni hanno fatto il loro dovere – precisano De Luca e Principi -, noi non diciamo che qualcuno ha sbagliato qualcosa, ma è chiaro che la normativa ha delle falle. Basti pensare che la denuncia è stata fatta a luglio 2024 e oggi Basheer deve ancora prendere i soldi che gli spettano nonostante siano stati eseguiti gli accertamenti sul suo lavoro. Sono passati dieci mesi ed è normale che ci sono lavoratori che preferiscono avere pochi soldi sporchi che nulla». Poi il tema del reinserimento: «Servono strutture in grado di intervenire immediatamente ai casi più eclatanti di caporalato e sfruttamento. Perché sono emergenze che esistono anche nelle nostre campagne pure se c’è chi prova a dire il contrario. Le istituzioni devono mettere in campo protocolli di gestione dei lavoratori che trovano il coraggio di denunciare come viene fatto per le vittime di violenza». E infine una riflessione sul lavoratore irregolare rimpatriato: «Dal 2016 abbiamo la legge 199 sul reato di caporalato, ma manca di dettagli che possano almeno permettere a queste persone di avere la possibilità di andare in tribunale e difendersi dopo aver contribuito a smascherare una realtà imprenditoriale come quella in cui lavorava Basheer».  Secondo i sindacati, infatti, è importante lavorare anche sull’opinione pubblica: «Prima di essere trasferito al sud delle Marche – conclude Principi – Basheer era andato a lavorare in un’altra azienda, ma quando il titolare ha saputo che aveva denunciato l’attività precedente lo ha mandato via. Purtroppo c’è ancora chi evita questo tipo di lavoratori senza comprendere che persone come Basheer difendono non solo i lavoratori, ma soprattutto le ditte che lavorano seriamente e in regola».

 

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