Riccardo Grelloni, da Fiuminata a Roma
insegna l’arte della pasta fresca
«Gli stranieri sono molto curiosi»

LA STORIA del 23enne che lavora per una scuola di cucina a due passi da piazza di Spagna. «Ho iniziato con mia nonna. Mentre spiego la differenza tra lasagne e i nostri vincisgrassi ci infilo gli aneddoti, le storie e le tradizioni del mio territorio»

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Riccardo Grelloni con una studentessa polacca

di Francesca Marsili

Due anni fa Riccardo Grelloni lascia il piccolo borgo di Fiuminata: in tasca il suo diploma all’alberghiero di Cingoli, in una mano un biglietto per Roma e nell’altra una valigia carica di sogni. Non lo sapeva, ma l’ingrediente segreto per realizzarli era nella dispensa del suo cuore, il ricordo di quando con sua nonna tirava la sfoglia con il mattarello, e oggi, a 23 anni, insegna l’arte della pasta fresca per una scuola di cucina a due passi da piazza di Spagna.

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«Racconto le nostre tradizioni e i sapori della mia terra. Gli stranieri sono curiosi di capire come si srotolano le fettuccine», dice.  Che la cucina sarebbe stato il suo mondo Riccardo lo sente sin da bambino: «E’ stato Remy, il topolino chef del film Ratatouille che ha dato la spinta ai miei sogni. Io non mi sentivo né un calciatore né un supereroe, mi sentivo quel topino che in realtà era un cuoco» – racconta. E passo dopo passo percorre quella proprio quella strada. Si diploma, fa un’esperienza in America e torna. Si trasferisce nella capitale e dopo un impiego in una famosa salumeria, sette mesi fa risponde all’ annuncio di una scuola di cucina che si trova nel centro storico di Roma, la “Cheforaday”. «Cercavano un istruttore per insegnare a fare la pasta fresca. Ho inviato il curriculum e fatto una prova. Gli sono piaciuto e mi hanno preso – spiega -. I primi contatti con la cucina li ho mossi facendo la pasta fresca con mia nonna, quegli stessi gesti che oggi insegno mi riportano in quel posto felice che è sempre nel mio cuore. Pasta, per me, significa casa. Ora sono felicissimo, sento di fare esattamente ciò che volevo».

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Mentre insegna a turisti, bambini, giovani coppie e studenti dell’Erasmus quei movimenti che riportano al passato e al nostro patrimonio culturale gastronomico, ha trovato il modo di lasciare aperta la finestrella del cuore su Fiuminata.

Nel 2021, appena conseguito il diploma al Varnelli di Cingoli in enograstromia e ospitalità alberghiera, grazie ad una borsa di studio Grelloni vola a New York per un’esperienza di un anno dove perfeziona l’inglese e approfondisce lo studio dell’hôtellerie e del marketing della ristorazione. «Mio padre era appena venuto a mancare e con questa opportunità ho trovato il modo di scappare dalla vita, studiando. Vivevo in un college a Terrytown, a qualche minuto da Manhattan. Gli Stati Uniti mi hanno dato tanto – prosegue  – ma andando via dall’Italia mi sono reso conto di quanto fossi attaccato alle mie radici. Trovare un pezzo di casa era difficile, e per non sentirmi un pesce fuor d’acqua mi sono aggrappato alle tradizioni, cosa che non avevo mai fatto. E dall’America sono tornato con un Riccardo nuovo, più adulto». Rientra in Italia e si iscrive alla facoltà di Beni culturali all’Università di Macerata: «Ma mi sono reso conto che quella non era la mia strada, e che in me, dopo l’esperienza oltreoceano, prevaleva il desiderio di proseguire nell’ambito della gastronomia».

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Cosi, nel 2023, lascia Fiuminata per trasferirsi a Roma, alla ricerca di una dimensione diversa. E si rimbocca le maniche. «Ho iniziato a lavorare come salumiere per un grande produttore di porchetta di Ariccia, vicino al Colosseo. E’ stato li che mi sono innamorato del rapporto con i turisti, di come vedevano la cucina italiana e di quanto apprezzavano una cosa semplice, per noi scontata, come un panino con la porchetta, che per loro è qualcosa di speciale». Passa un anno, e sente l’esigenza di qualcosa di più personale, così risponde a quell’annuncio. E oggi, quando affonda le mani in quella fontana di farina si sente a casa.

«Mentre spiego la differenza tra lasagne e i nostri vincisgrassi ci infilo gli aneddoti, le storie e le tradizioni del mio territorio – dice -. A questa scuola si rivolgono anche tanti turisti, soprattutto dall’Arabia Saudita, e mentre racconto come per noi alcune preparazioni che sono rituali scandiscono il tempo più di un orologio, vedo che si appassionano al nostro modo di vivere il cibo, la cucina, il piatto della domenica. Esattamente quello che in America mi mancava, mangiare sembrava un pit stop».  Non si reputa un insegnante: «Sono solamente un ragazzo che ha lavorato in cucina e la pasta è ciò che so fare. E lo devo soprattutto a due figure dell’alberghiero di Cingoli che si sono prese cura di me e mi hanno spronato a fare meglio quando la perdita di mio padre mi stava disorientando: il professor Enrico Borsini e la professoressa Martina Bacelli. Assieme a mia mamma».



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