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«Picchiava e controllava il marito»
Condannata a 3 anni e sei mesi

CORRIDONIA - Sotto accusa una 56enne, oggi la sentenza al tribunale di Macerata. Le contestazioni: maltrattamenti e lesioni. Le indagini erano partite dopo che l'uomo, 64enne, aveva chiesto aiuto al suo avvocato. L'accusa sarebbe stato costretto a restare seduto in poltrona per ore, gli sarebbe stato impedito di contattare i figli. Inoltre la donna lo avrebbe controllato con un geolocalizzatore. La difesa: «Faremo appello, piano probatorio pieno di contraddizioni»

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maltrattamenti-uomo-stalkingdi Gianluca Ginella

Avrebbe picchiato il marito, lo avrebbe costretto a stare seduto in poltrona senza muoversi, gli avrebbe impedito di contattare i figli e lo avrebbe controllato con un sistema di geolocalizzazione, queste parte delle accuse per una 56enne che era imputata per maltrattamenti in famiglia e lesioni. Oggi è stata condannata a 3 anni e sei mesi al tribunale di Macerata. I fatti contestati sarebbero avvenuti a Corridonia tra il 2014 e il 10 agosto 2017.

Al processo era stato sentito anche l’uomo, un imprenditore 64enne, che aveva confermato le accuse, raccontato nel corso di due ore e mezza quello che aveva vissuto.

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Il pm Francesca D’Arienzo

Tutto sarebbe cominciato quando l’uomo si trovava in convalescenza per un infarto. La moglie, dice l’accusa, sostenuta dal pm Francesca D’Arienzo, avrebbe indotto l’uomo a cessare ogni tipo di frequentazione con i figli avuti da un precedente matrimonio, nemmeno avrebbe potuto contattarli al telefono.

Inoltre lo avrebbe picchiato più volte. Da qui anche l’accusa di lesioni. Il 64enne sarebbe andato in ospedale quattro volte: il 21 aprile 2015, il 4 giugno 2016 (prognosi 20 giorni), il 21 gennaio 2017 (prognosi 30 giorni) e il 10 agosto 2017 (prognosi 12 giorni). Per due di questi episodi oggi è stata dichiarata la prescrizione.

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L’avvocato Luciano Pacioni

Sempre secondo l’accusa il 64enne sarebbe stato costretto a restare per ore seduto in poltrona, ad indossare presidi sanitari per evitare di accompagnarlo o assisterlo in bagno, a dormire sotto l’effetto di farmaci, a mangiare una volta al giorno, ad usare il telefono cellulare dietro autorizzazione della moglie ed esclusivamente in sua presenza, a spostarsi solo dietro controllo della moglie che avrebbe attivato un sistema di geo-localizzazione.

Inoltre la donna è accusata di essersi fatta delegare la gestione dei risparmi del marito e a consegnarle la tessera del bancomat (da cui avrebbe prelevato delle somme non autorizzate), e lo avrebbe indotto a chiedere in prestito dai propri parenti ingenti somme di denaro (l’accusa parla di 30mila euro) per usarle per proprie necessità. Ancora, dice l’accusa, avrebbe tenuto il portafogli, i documenti ed il libretto postale del marito che sarebbe stato convinto a firmare una delega a favore della moglie per chiedere che gli arretrati della pensione (circa 24mila euro) venissero versati sul conto corrente della donna.

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L’avvocato Gerdardo Pizzirusso

L’imputata era anche accusata di aver inventato diagnosi di patologie di tipo psichiatrico del marito per somministrargli «farmaci destabilizzanti e creanti situazioni di gravi dipendenze» dice l’accusa. I fatti sarebbero avvenuti dal 2014 al 10 agosto 2017.

Nel corso del processo è stato sentito anche l’avvocato Samuele Farroni, che era il legale della coppia e che aveva detto che «un giorno che erano nel mio studio lui mi disse di aiutarlo perché lei lo picchiava. Allora mi sono frapposto tra loro e ho chiamato la figlia di lui». Da questo episodio poi partirono le indagini.

Oggi il pm Francesca D’Arienzo ha chiesto la condanna a 3 anni per l’imputato che al processo si è costituito parte civile, assistito dall’avvocato Luciano Pacioni. Il giudice Domenico Potetti ha deciso per la condanna a 3 anni e sei mesi con 60mila euro di provvisionale per la parte civile. La donna, difesa dall’avvocato Gerardo Pizzirusso ha sempre contestato le accuse. «Leggeremo le motivazioni e faremo appello. Secondo noi il piano probatorio è pieno di contraddizioni e incongruenze, non ha commesso quello di cui è accusata».

*A tutela della vittima il nome dell’imputata viene omesso



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