Il piccolo principe
“co’ la parlata de Macerata”

LIBRO - Agostino Regnicoli, tecnico amministrativo ad Unimc e studioso appassionato di fonetica e grafia dei dialetti, ha riscritto in dialetto l'opera di Antoine de Saint-Exupéry
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Agostino Regnicoli

 

di Mauro Giustozzi

Ha superato il numero di 300 traduzioni in lingue e dialetti diversi ed è il testo più tradotto se si escludono quelli religiosi, è fra le opere letterarie più celebri del XX secolo e tra le più vendute della storia. Ora ha anche una sua versione in dialetto maceratese grazie al lavoro svolto da una casa editrice del nostro territorio come la Vydia Editore di Montecassiano che ha tradotto uno dei classici della letteratura per ragazzi, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, riscritto “co’ la parlata de Macerata” da Agostino Regnicoli tecnico amministrativo all’Università di Macerata ma è anche uno studioso appassionato di fonetica e grafia dei dialetti.

“Il piccolo principe”, dalla sua uscita nel 1943, è tra le opere non religiose più pubblicate e tradotte al mondo. Anche se si presenta come una favola per bambini, il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry è in realtà un invito agli adulti a recuperare il senso della vita attraverso valori veri: l’amore, l’amicizia e i rapporti umani. Tra le tantissime traduzioni pubblicate mancava quella in dialetto maceratese, che finalmente è arrivata. «Questa traduzione – dice Agostino Regnicoli, che l’ha realizzata – nasce da una mia vecchia passione che mi ha portato a collezionare alcune decine delle centinaia di traduzioni dell’opera in diverse lingue e dialetti, unita al desiderio di mettere alla prova una serie di princìpi di trascrizione del dialetto. Nel mio manualetto di ortografia maceratese “Scrivere il dialetto”, pubblicato dalle Eum nel 2020, tra gli esempi riportati in appendice avevo inserito anche il primo capitolo de “Lu pringipittu”, in rappresentanza della parlata del capoluogo. Poi, ci ho preso gusto».

Copertina-Pringipittu-1-267x400Un’operazione culturale attraverso la quale Regnicoli intende dare dignità al dialetto, perché è anche attraverso questo idioma che esprimiamo la realtà e il nostro mondo di valori. Tra collaborazioni e riconoscimenti, l’anno scorso il suo manuale di ortografia dialettale, “Scrivere il dialetto. Proposte ortografiche per le parlate delle aree maceratese-camerte e fermana”, si è classificato secondo nella sezione Tullio De Mauro del premio “Salva la tua lingua locale 2021”. Il libro rappresenta il secondo titolo della collana “CasediTerra”, per la quale l’anno scorso è uscito “Me sa mijj’anne” di Silvano Fazi, che l’editore Vydia di Montecassiano ha avviato con la volontà di valorizzare il dialetto e la cultura locale.

«Spesso si usa il dialetto per intrattenere e far ridere, il che non guasta – continua Regnicoli -. Ma il dialetto è qualcosa di più: come ogni lingua nazionale, è il veicolo attraverso il quale la comunità dei parlanti esprime il sistema di valori, di relazioni, di cultura materiale e spirituale che la caratterizza. Ha la stessa dignità e complessità di regole della lingua, violando le quali la comunicazione diventa impossibile. Se la mia traduzione funzionerà, sarà la dimostrazione che il dialetto può essere utilizzato anche per operazioni culturali serie. Non dimentichiamo che alla traduzione in dialetto fanese di testi evangelici ha collaborato anche monsignor Tonucci, già vescovo di Loreto».

Il dialetto non è facile da scrivere e da leggere, ma la traduzione è preceduta da qualche pagina di “avvertenze per la lettura” che, insieme al glossarietto finale, dovrebbero venire in soccorso anche di chi è meno esperto. Nessuno quindi avrà problemi a interpretare correttamente ad esempio il saluto rivolto da la gorba a lu pringipittu: «Te saluto – dicì la gorba -. Ècco lu segretu. Adè ttando sémbrice: se vede vène solamènde co’ lu còre. Quello che cconda perdaéro rmane bbuscato a ll’ócchji».



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