Da ergastolano a uomo libero,
Musumeci lotta contro il fine pena mai
«Conoscere il bene è la vera svolta»

MACERATA RACCONTA- Unico in Italia ad uscire dall'ergastolo ostativo definitivo, ha portato la sua lucida e toccante testimonianza in occasione della presentazione del nuovo romanzo di Giuseppe Bommarito. L'appello al Parlamento che entro il 10 maggio deve pronunciarsi su invito della Corte costituzionale: «E' inumano e degradante, chi delinque deve pagare ma ha diritto alla speranza»
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L’incontro di ieri: da sinistra Carmelo Musumeci, Giuseppe Bommarito e Lina Caraceni

di Alessandra Pierini (foto Fabio Falcioni)

«Quando sono entrato in carcere mi sentivo colpevole, ma col passare degli anni non lo ricordi più invece vivi il male che ti fanno ogni giorno e ti senti vittima. Per me la svolta è stata conoscere il bene, uno che conosce solo il male, incontra il bene e si sente scavare dentro». E’ la lucidissima analisi che Carmelo Musumeci, ex ergastolano ostativo definitivo per crimini di mafia, oggi uomo libero, unico in Italia, ha fatto ieri sul palco del teatro della Filarmonica nell’appuntamento organizzato da Macerata Racconta.

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Giuseppe Bommarito

Una testimonianza toccante la sua, capace di frantumare ogni certezza sulla legalità, e soprattutto di accendere una serie infinita di interrogativi su cosa è giusto e cosa è sbagliato, sull’importanza dell’umanità anche nei confronti di chi delinque. «Quando eravamo nel carcere dell’Asinara, con gli altri detenuti  – ha continuato – provavamo quasi piacere a sapere cosa pensava di noi chi stava fuori. C’era chi chiedeva ad esempio di chiuderci in cella e buttar via la chiave o anche molto peggio e noi ci dicevamo che chi ragiona così in effetti non era tanto meglio di noi».
Carmelo Musumeci è arrivato a Macerata grazie al contatto con  Giuseppe Bommarito che ha dedicato il suo ultimo romanzo “La leggenda del santo ergastolano” proprio al tema dell’ergastolo ostativo definitivo, il tipo di pena previsto dall’ordinamento penitenziario per alcuni delitti di particolare gravità sociale posti in essere da appartenenti alla criminalità organizzata. Esso è perpetuo, vita natural durante, senza la possibilità, senza speranza, ufficialmente finalizzato a impedire per sempre a soggetti “non collaboranti”, ritenuti pericolosi, i contatti con l’esterno, un regime carcerario che, a seguito di una particolare concatenazione di norme, viene usualmente denominato come il “41 bis”.

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La platea del teatro della Filarmonica

«E’ una pena di morte a lento rilascio – ha spiegato Bommarito – Inumano e degradante, il carcere ostativo è una pena senza fine che uccide anche la volontà di ravvedimento tanto che come data di fine pena viene indicato, per una burocrazia spietata, il 31 dicembre 9999. Toglie il diritto alla speranza che aiuta a venir fuori anche dai delitti più violenti, chi sbaglia paga ma ci deve essere un fine pena». E proprio da Macerata, ieri pomeriggio, si è levato l’ennesimo appello a rivedere l’ergastolo ostativo definitivo dopo la decisione di incostituzionalità della Corte. Il Parlamento ha avuto un anno di tempo per affrontare la questione ed, entro il 10 maggio, dovrebbe rendere nota la propria decisione. «Bisogna fare una battaglia civile. Il Parlamento – ha detto Bommarito –  non riuscirà a modificare quanto richiesto. È in ritardo come lo è con la droga. Io ho perso un figlio per droga ed anche la mia pena è senza fine, per questo mi sono appassionato tanto a questo tema».
A dare i numeri riguardanti il fenomeno è stata la professoressa Lina Caraceni, moderatrice dell’incontro. «Ad oggi gli ergastolani in Italia sono circa 1.800, di questi 1.300 ergastolani definitivi sono sottoposti a questo regime diabolico di esecuzione della pena e di questi 1.300, circa 200 sono sottoposti ad isolamento come previsto dal 41bis».

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Carmelo Musumeci

Poi la parola è passata a Musumeci, che ha ripercorso la sua storia sin dall’infanzia. «Da bambino mi dicevano che ero irrecuperabile, io ci credevo e ho fatto di tutto per esserlo. Vivevo in un contesto culturale in cui trovare una pistola vera sul tavolo della cucina non era insolito. Poi la separazione dei miei genitori, la migrazione al nord e la vita in collegio dove tutti erano educati, tutti avevano dolci e io no e  nessuno mi veniva a trovare. L’unica arma che avevo era essere violento. Non voglio giustificarmi ma far capire che il contesto in cui si vive incide».
Il ritorno in famiglia è coinciso con i primi crimini: «Nel 1972 sono finito per la prima volta in un carcere minorile per rapina, nel 1991  sono stato arrestato per reati di mafia e omicidio e tanti altri. Sono nato colpevole ma ci ho messo del mio a diventarlo con scelte devianti e criminali». Straziante il racconto dell’esperienza nel carcere dell’Asinara. «Mi era consentito fare un’ora di colloquio al mese con la mia figlia e in mezzo c’era il vetro che ci divideva. Ricordo benissimo la manina di mia figlia di 9 anni che batteva su questo vetro piangendo perché avrebbe voluto toccarmi tanto che a un certo punto con la mia compagna decidemmo di sospendere quegli incontri».

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Lina Caraceni

Nella sua esperienza non è mancata la disumana esperienza dell’isolamento diurno per un anno e sei mesi: «E’ stato tremendo, non c’era acqua potabile, i topi entravano in cella dalla turca, rinunciai anche all’ora d’aria. Caddi in depressione e pensavo spesso di togliermi la vita». 
Come ha fatto a resistere? «Un ergastolano definitivo non ha mai un giorno in meno di carcere ma sempre uno in più e io ero condannato per amore, della mia famiglia, a a vivere».

Nel frattempo ha conseguito una serie di titoli di studio: «Sono entrato con la quinta elementare e sono uscito con tre lauree in Scienze giuridiche, Giurisprudenza e Filosofia. Fu un insegnante con cui avevo un rapporto epistolare a propormi di studiare, mi mandava le pagine che strappava dai libri ma spesso venivano bloccate perché le guardie pensavano che potessero essere pizzini. Anche per studiare ho dovuto lottare. Facevo gli esercizi e li mandavo a mia figlia perché me li correggesse. Studiavo tutto il giorno. Il mio percorso riabilitativo è iniziato con le relazioni». Dal carcere ha avviato una petizione per chiedere di trasformare l’ergastolo definitivo in pena di morte. Poi l’incontro con don Oreste Benzi nel carcere di Spoleto: «Gli chiesi provocatoriamente se se la sarebbe sentita di essere al nostro fianco in questa battaglia e lui rispose che l’uomo non è il suo reato. Per la prima volta non ci siamo sentiti soli».
Bommarito_MacerataRacconta_FF-1-325x217Musumeci ha quindi ottenuto prima la libertà condizionale poi l’estinzione delle pena dal Tribunale di sorveglianza di Perugia ma ha ancora qualcosa da dire sull’esperienza che ha vissuto. «Io andavo fermato ma questi fenomeni si distruggono con l’affetto sociale, non con un carcere che ti può solo peggiorare». 
E riguardo il libro di Giuseppe Bommarito dichiara: «Sembra scritto da un ergastolano, io il libro ce l’ho scritto in testa, mi basta ricordare». E Bommarito: «Il libro è stato inviato a molti ergastolani per alimentare in loro una rivoluzione copernicana».

 

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Il saluto dell’assessore Riccardo Sacchi

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“La leggenda del santo ergastolano”, il nuovo romanzo di Giuseppe Bommarito «Vi porto tra i morti viventi»



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