Quando nascere donna era disgrazia

MACERATA - Silvia Alessandrini Calisti evidenzia la difficile posizione della figura femminile nel suo libro "Sani e liberi" di cui si discuterà sabato alle 17,30 alla Bottega del libro

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Una delle interviste di Silvia Alessandrini Calisti

Non bisogna tornare tanto indietro nel tempo per ricordare quando nascere donna nelle campagne marchigiane così come nelle città marinare della costa adriatica era considerato una concreta disgrazia. Il comune pensiero emerge con forza dalla ricerca fatta dalla maceratese Silvia Alessandrini Calisti nel suo libro “Sani e liberi” di cui si discuterà sabato alle 17,30 alla Bottega del libro di Macerata, dialogando con Chiara Tomassetti. 
Si parlerà tra l’altro anche della dura vita della donna che «era, come noto, totalmente sottomessa al padre prima e al marito poi, sulla traccia della tradizione romana e canonica. Totalmente priva di qualsiasi autonomia patrimoniale, il suo compito era quello di procreare, allevare figli ed accudire famiglia e casa. Ogni alternativa esterna all’ambiente domestico le era preclusa e ogni tentativo di sovvertire lo schema tradizionale che la voleva esclusivamente angelo del focolare era sbarrato da una mentalità chiusa e statica. Il potere della famiglia contadina era detenuto dal vergaro, che si occupava degli affari, nei quali la moglie non doveva intromettersi. Le bambine venivano educate fin dalla più tenera età ai doveri casalinghi, imparavano ad essere utili in casa e a dedicarsi ai familiari, vivendo in attesa del giorno del matrimonio, unico mezzo che poteva concedere loro un’esistenza sociale. In tempi in cui l’istruzione era rara per tutti, in particolare essa veniva negata alle giovani, le quali dovevano restare sempre sotto l’occhio vigile della madre per evitare di perdere la virtù, unica vera dote di cui disponevano. Durante il periodo della mietitura o quando ce n’era bisogno anche le donne dovevano aiutare nei lavori dei campi, ma avevano sempre in esclusiva il dovere della casa, della famiglia e della gestione degli animali da cortile».

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La borsa dell’ostetrica condotta

Significativo anche un episodio raccontato dall’ostetrica condotta maceratese Maria Pernici Monti (in servizio dal 1944 agli anni ’90 del Novecento): «Giunta in casa di una donna prossima al parto, trovò con stupore un clima tutt’altro che festoso. Pianti e facce scure la indussero a far uscire tutti dalla stanza da letto e a rimanere sola con la gravida, la quale, tra i singhiozzi, le confessò che il marito l’aveva minacciata di morte qualora fosse nata un’altra femmina. Fortunatamente per la mamma nacque un maschietto e il padre, soddisfatto, ringraziò la levatrice, alla quale fece anche un regalo come se fosse merito suo.
L’arrivo di una femminuccia a volte provocava cocenti delusioni. Una delle informatrici ha raccontato che i suoi parenti non andarono a trovarla dopo che ebbe dato alla luce una bambina, mentre gli amici del marito organizzarono uno scherzo per deriderlo del mancato erede maschio: l’indomani della nascita gli fecero trovare nella sua bottega di macellaio una sfilza di fiaschi appesi al soffitto e decorati con nastri rosa».

(a.p.)

 


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