I versi “calcistici” di Antonio “versus” quelli di Francesco

Il nuovo "incontro" poetico a base di inediti
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i redattori di Quid Culturae

 

Il calcio, si sa, è un argomento abbastanza frequentato da alcuni dei poeti e degli scrittori maggiori dell’Italia, dalla metà del secolo scorso in poi. Umberto Saba e Vittorio Sereni in primis. Questa settimana la redazione di QC ha scelto alcuni versi dedicati al gioco del calcio (dalla parte dei tifosi), del nostro lettore Antonio Cappelli, ventottenne di Maltignano (AP). Eccoli:

 

 

 

Novantesimo. E si spengono le voci.

Sopravviviamo all’infarto anche stavolta
(i piccoli problemi di cuore
che schiantano un uomo innamorato,
perso tra troppe gambe che svicolano
dietro a una palla che rotola).

Sì, sono spente le voci. Abbassati
i toni, rialzati
i congegni, i contegni del buon vivere.

Spiega le vele,
oltre il verde trova il pertugio.

 

Guidi-Uomo-che-legge-1927

Guidi, Uomo che legge (1927)

 

Francesco Maria Tipaldi, La speranza

mi svegliai nel luogo nero e selvaggio
lunapark
il ratto adolescente provava l’amore

il tempo era un cavallo in una pozza di petrolio
ed io portavo del latte
mi dissero
di avvicinarmi – oh saresti uno sciocco a non avvicinarti

c’era una donna
accovacciata per pisciare e stava attenta alle punture
dell’ortica
e la faceva vedere ai ragazzi

– è bella, è bella e profuma

mi dissero di avere speranza
con i fiori in mano
e le stelle

e il furgone odoroso delle vacche
passava tra le case verso Dio
e più si allontanava più crescevano gli occhi delle bestie

dirai una moneta, sangue, il lardo nella carta
è così

la zingara mi lesse nella mano i giorni passati che ormai
non conoscevo
i giorni tornati al profondo

io sono un altro, le dissi, certamente, la morte mi bacia con forza

 

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Gianluca D’Andrea

 

Una nota di Gianluca D’Andrea

 

Serie di metafore che si legano creando un grappolo allegorico di senso. Vissuta in prima persona l’esperienza allucinatoria della fine, a condurre questo testo scardinante è il senso di vitalità che scaturisce dalle peripezie immaginifiche, per cui i quadri sono sovrapposti senza tradire l’ordine sintattico, ma la composizione a salti, induce l’unione proprio quando la frammentazione visionaria potrebbe suggerire il contrario. Perché il movimento del testo è discendente, esposto alla necessità di un anticlimax che, riducendo l’intensità al puro manifestarsi dell’evidenza della fine, coagula nelle sue strofe intermittenti accensioni di una vitalità bassa, istintuale, che tenta di portare alla luce l’aspetto baldanzoso dell’esistenza. In pratica prima di cedere alla forza del bacio della morte, si dispiega un mondo di vite concrete da afferrare anche per un attimo, in una giocosità che si avvicina all’innocenza dello sguardo originario: «il tempo era un cavallo in una pozza di petrolio/ ed io portavo del latte/ mi dissero/ di avvicinarmi – oh saresti sciocco a non avvicinarti// c’era una donna/ accovacciata per pisciare e stava attenta alle punture/ dell’ortica/ e la faceva vedere ai ragazzi» (vv. 4-11). La speranza del titolo è proprio la presenza del soggetto che, immerso negli eventi, pur non cogliendo tutti i nessi della complessità dell’esistente, li avverte sensibilmente, vi aderisce per via metaforica, creando quel giusto distacco che ne consente la salvazione. Fino alla chiusura ironica, che rinforza il proverbiale je est un autre, adducendo, a conferma dell’ineluttabilità del processo vitale, l’agnizione dell’alterità attraverso la fine dello stesso soggetto. Il movimento della composizione è il divenire dell’essere nel mondo, del suo sguardo che conserva qualcosa di estraniato, allucinato, della sempre inedita parvenza dell’esistere – ecco perché, le metafore, accavallandosi parossisticamente, permettono di giungere al cuore dell’allegoria, per cui l’eroe, pur con aria disillusa, continua a legarsi confidenzialmente all’esistere, disilluso sì, ma non arreso all’impossibilità del dire proprio nella consapevolezza della fine. La parola, sembra dirci il testo, può nominare la vita partendo proprio dalla certezza abbracciata del suo ritorno alla cessazione: quale «luogo nero e selvaggio», se non il «lunapark» dell’esistenza, aspetta infine il bacio potente dell’alterità assoluta, unica a liberarci definitivamente dal peso dell’io?

 

 

Francesco Maria Tipaldi è nato a Nocera Inferiore il 29/III/1986. Ha pubblicato La culla (Lietocolle 2006) e Humus (Arcolaio 2008). Nel 2010 è stato tradotto ed inserito nell’antologia In our own words – A Generation Defining Itself (MW Enterprises) edita negli Stati Uniti. Del 2012 è il volumetto il sentimento dei vitelli (EDB).



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