Roberto Zechini, “A deep surface”

Nuovo cd del chitarrista fermano in collaborazione col fisarmonicista brasiliano Ghilherme Ribeiro
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Enrico Marcucci

 

di e.mar

 

E’ dalle trame di “Una profonda superficie” che Roberto Zechini  torna a coinvolgerci  con il suo nuovo “A deep surface”  (Artist Signed Record /Notami  Records 2013) , nato dall’incontro con il pianista e fisarmonicista brasiliano Guilherme  Ribeiro e collaboratori storici quali Gabriele Pesaresi (contrabbasso), Emanuele Evangelista (pianoforte), Marco Postacchini (sassofoni) e Ananda Gari (batteria).
Un dialogo aperto alla descrizione del narrare, una sorta di percorso  non certo estraneo allo studio dei letterati russi e alle collaborazioni con diversi poeti e scrittori (Bruto – Wide Sound 2009) liberano l’ascoltatore verso l’inizio del viaggio. Uno scivolamento “progressivo”, accompagnato dalle alternanze incuriosite e sovrapposizioni  esterrefatte di piano, sax e chitarra nell’eponima  “A deep surface”,  per essere subito costretti ad una sorta di introspezione  dal fioco sussurro di un sax che serpeggia inquieto nel vuoto e s’assopisce nelle dissonanze sagge e avvolgenti  delle onde del piano in “Mar de dentro”, come lasciandoci vagare liberi per le strade della New York degli anni trenta, tra affascinanti incontri e vicoli pericolosi. Ci si ritrova poi alla presenza indefinita di questa specie di animale fantastico, il Limanaqueqa (termine tratto dal dialetto di Castel di Lama) che desta dapprima incertezze e poi immediatamente fascino e stupore. La canzone è stata anche colonna sonora del film “Luce dei miei occhi” di Giuseppe Piccioni. Ormai superata la metà del disco, vediamo le trame continuare a svelarsi tra le note esortanti della fisarmonica in assolo di “Dubbio” (note che è evidente  Ribeiro come gli altri musicisti non tengono esclusivamente tra le dita) fino ad essere rassicurati, risvegliati delicatamente dalla deriva delle onde  elettriche e limpide del duo chitarra e piano in “Despertar”. Ogni elemento all’interno dell’opera si modifica con equilibrio sotto l’influsso degli altri pur rimanendo a sé distinto. Gli strumenti sapientemente armonizzati dialogano tra loro in un corpo unico diviso spesso in fluidi cambi di scena, come tra piano e fisarmonica, che abbraccia e crea continuamente curiosità nell’ascoltatore affascinandolo senza risultare mai sovraccaricato bensì controllato da volumi che prestano fedele attenzione alle dinamiche dell’intera composizione.
Dal progetto è chiaro come Zechini sia riuscito a modellare l’insieme di esperienze ottenute da quelli che sono i suoi interessi da tutta la vita per creare un album di più larghe vedute, andando appunto più a fondo della superficie, per tornare alle matrici di partenza presentando un disco quasi come un invito o un monito a farsi desiderosi di un continuo ritorno all’origine, di un continuo andare oltre la superficie.



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