I vostri inediti

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i vostri ineditiTorna la rubrica dedicata agli inediti dei lettori. Questa volta è di scena il racconto. Si intitola “Accostavo”. E’ un racconto breve firmato da Riccardo R., sangiorgese che studia a Urbino. Ci piace molto poter occuparci del racconto. Questo genere letterario, infatti, da tempo subisce un marcato ostracismo, quasi che in narrativa si potesse e dovesse solamente scrivere romanzi. Eppure – se la memoria non ci inganna (e non ci inganna…) – al racconto si legano alcuni tra i nostri padri nobili della scrittura, a cominciare dal Boccaccio…

Nel suo racconto, Riccardo dimostra di saperci fare: riesce a catturare l’attenzione sin dalle prime battute, articola il suo discorso in maniera distesa e organica, ben sapendo dove vuole arrivare e, tuttavia, contemporaneamente, dandoci come l’impressione di trovarci – con lui – a dover decidere il da farsi, passo dopo passo, periodo dopo periodo, riflessione dopo riflessione, osservazione dopo osservazione. Notevole anche il senso della misura, nonché la cura della forma e la scelta del lessico, senza cedimenti di sorta alle gergalità del parlato, che tanto invece vanno di moda, quasi che non si potesse essere realisti (e contemporanei) senza il ricorso a qualche oscenità o volgarità. Questo racconto ci piace. Speriamo che Riccardo in futuro voglia mandarcene altri. 

 

ACCOSTAVO

 

Accostavo l’orecchio nudo e gelido (ostinato a non coprirmi con sciarpe né cuffie) alla muraglia. Un curioso ragazzo, un vagabondo, un annoiato perditempo, un mentecatto. Passavo la mano spoglia e fredda (un guanto avrebbe compromesso il sacro e dannato vizio del fumo) sulle pietre, lasciandola scivolare sui loro spigoli umidi incontrando qua e là un germoglio, un cumulo di muschio non più grande di una moneta. Salivo la scalinata verso la mia destinazione, con una calma insolita e una distensione non solo come se non dovessi andare da nessuna parte, ma come se attorno a me ci fosse il vuoto, oltre quello che cercavo. Cercavo qualcosa, non ero lì per cercarla, ma la cercavo. Per quella strada ci passo tutti i giorni, salgo e scendo quella via almeno due volte al dì, per andare e tornare in facoltà. È trafficata perlopiù da studenti, di ogni regione, nazione, religione, cultura, o da giovani impiegati che si recano sul posto ad ogni ora (solo giovani perché oltre i sessanta, ma qualcuno anche i cinquanta, la scalinata fatta di gradini bassi e lunghi, bassi e lunghi, bassi e lunghi, che ti sfiata poco per volta, non la regge). Ogni tanto mentre la percorri si apre una finestrella o ai lati o sulle arcate che la attraversano, e inevitabilmente alzi lo sguardo a scorgere lo svogliato viso di un uomo che beve il caffè in finestra, o di un’anziana signora che in vestaglia e cuffia da notte persevera nel fumare le sue MS (so che sono MS perché da sotto la sua finestra andando in giù o gli addetti del Comune passano una volta l’anno, o la vecchietta ne butta giù tante, ma tante). Quello che cercavo non mi era chiaro. Eppure non lo cercavo quel giorno in particolare, gli davo un’occhiata ogni volta, sia a salire che a scendere, senza impegno. Passo, mi accerto che sia tutto regolare e che quello che cerco non sia in vista, e procedo oltre. Avevo letto in uno di quegli opuscoletti (libricino di sessanta,  settanta pagine) per turisti del tipo “prendo il mappamondo e punto il dito” di una porticina, alta non più di tre quarti d’uomo, cui si accede attraverso un corridoietto che costeggia la scalinata, appena prima dello sbocco sulla passeggiata dell’acquedotto. Come un buon passatempo per “giramondi inconcludenti” che si rispetti, la “guida” non indicava se a destra o a sinistra, se prima o dopo tale arco, nemmeno se fosse stata murata nei secoli. Questa porticina cela (celava) una stanza, secondo la descrizione buia, stretta e profonda, in cui gli antichi, dopo una stagione invernale particolarmente fredda, mettevano da parte tanta neve quanta ne sarebbe bastata a tenere al fresco conserve, carni per il periodo estivo. Si dice (sempre nel suddetto manuale) che porgendo l’orecchio alla porticina in legno, si «senta» una ventata gelida passare la testa da parte a parte e coinvolgere il corpo intero. L’opuscoletto usava «sentire», non «percepire», ed è questo che mi ha sempre portato a immaginare questa sensazione come quella che si prova nell’accostarsi a una conchiglia, e, a vent’anni come a cinque o a cinquanta, dire «sento il mare». Di certo non cerco quel cunicolo per rinfrescare surgelati, bibite o altro. Lo cerco perché, se mai lo trovassi, avrei un «aneddoto». Uno di quei particolari non da sfoggiare per pavoneggiarmi con alcuno della mia conoscenza di ogni via o ogni angolo della mia città, o perché senta il particolare bisogno che altri sappiano dell’esistenza di vecchi metodi di surgelazione ben antecedenti all’elettricità che possano gridare al «no-global» e al ritorno al “tacco e suola” (espressione tanto amata dai miei concittadini per indicare lo spostamento a piedi piuttosto che a bordo di mezzi). Avrei un sussurro da porre all’attenzione di un compagno di viaggio che mantenga viva quella memoria collettiva che non farà certo risvegliare identità, impeti, sogni, ma che sarà una tenera storia, di quelle che certamente puoi vivere lo stesso se non la conosci, ma che quando te la raccontano ti strappa un mezzo sorriso, una smorfia col naso o con gli occhi: segni di poca importanza ma che attestano vita. Che poi, ne sono sicuro, se tra i miei vai e rivieni per quella salita mai avessi la sensazione di trovare quella porticina e a quella accostassi l’orecchio, non sentirei che un bisbiglio.



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