“Il Bacio di Giuda” da Sambucheto a Dublino

Il curioso itinerario di un capolavoro del Caravaggio

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bacio-di-giudadi Maurizio Verdenelli

“Il bacio di Giuda” di Caravaggio (uno dei capolavori del grande Michelangelo Merisi) dove quattro secoli più tardi ci sarebbe stato un locale notturno! “Proprio così: a Sambucheto di Montecassiano, nella villa di campagna degli Antici Mattei. La famiglia d’origine della marchesa Adelaide che andata sposa al conte Monaldo Leopardi, l’ultimo ‘spadifero’ d’Italia, sarebbe stata poi la madre di Giacomo”. Lo ha rivelato il professor Diego Poli dell’Università di Macerata, l’altra sera a palazzo Persichetti di Corridonia in occasione della presentazione dei libri di due dame inglesi dell’800 che avevano soggiornato nelle Marche e che di quella esperienza di vita ne avevano tratto una formidabile testimonianza scritta.

Un episodio che ribadisce -per il docente- la fitta rete artistica e culturale tra la ‘regione al plurale’ e il Regno Unito. E ha rivelato ancora all’uditorio corridoniano: “A Palazzo Compagnoni Marefoschi in via don Minzoni, uno dei più illustri del capoluoghi, si celebrarono nella cappella interna le nozze di Giacomo Stuart, re di Inghilterra, Scozia ed Irlanda (1566-1625): un sovrano coltissimo che proseguì la fioritura culturale dell’età Elisabettiana nella Letturatura, nelle arti e nelle scienze e che promosse la traduzione in inglese della Bibbia, riconosciuta dalla Chiesa. Palazzo Compagnoni Marefoschi era davvero un crocevia di rilievo culturale: l’attuale proprietario, un mio collega, ha rinvenuto negli archivi di palazzo alcune partiture originali di Antonio Vivaldi. Una dimostrazione ulteriore della centralità di Macerata nella civiltà culturale e musicale anche all’epoca del Prete Rosso”.

Ma torniamo al ‘Bacio di Giuda’ (o “La Cattura di Cristo” o “La Presa di Cristo nell’Orto”) conservato alla National Gallery of Ireland di Dublino, in esposizione fino al 13 giugno 2010 alle Scuderie del Quirinale a Roma in occasione delle celebrazioni caravaggesche nei quattrocento anni della morte. Nel 2005, il capolavoro, di proprietà della comunità gesuita irlandese, era stato concesso al museo diocesano di Milano per una mostra di enorme successo: soltanto 15 anni prima, nel 1990, infatti l’opera era stata finalmente attribuita al suo vero autore che l’aveva dipinta nel 1601 a palazzo Mattei a Roma. Fino ad allora l’originale era considerato quello conservato al Museo di arte occidentale ed orientale di Odessa, in Ucraina, dove è stato rubato e quindi recuperato nel 2008, mentre quella irlandese veniva catalogato come una delle 12 copie conosciute.

Ed ecco la marchigianità de ‘Il Bacio di Giuda’. Era stato portato a termine nella capitale, in casa del cardinal Gerolamo Mattei (di cui il Merisi era ospite) su richiesta del fratello Ciriaco che ne avrebbe ispirato anche il tema. Da Roma l’opera di Caravaggio sarebbe passata nella proprietà marchigiana della grande famiglia. Tra quelle stesse mura, a Sambucheto di Montecassiano, dove circa quindici/sedici anni fa avrebbe trovato sede un club privato notturno: “L’Orchidea’ che al centro di una clamorosa perquisizione di Polizia, ebbe vita breve.

L’olio caravaggesco sarebbe dunque rimasto nella collezione Mattei fino al 18° secolo ed acquistato a Roma nel 1802 da sir William Hamilton per la sua residenza scozzese. Finito all’asta e poi passato di mano, sempre con una valutazione minima (“un tozzo di pane” ha detto il prof. Poli), il capolavoro caravaggesco, che era intanto stato erroneamente attribuito a Gevan Honthorst (Gherardo delle Notti), finì negli anni ’30 ad una pediatra irlandese Marie Lea Wilson. La quale, cattolica fervente, ne fece dono ai gesuiti per la chiesa di Sant’Ignazio a Dublino. La Comunità religiosa la consegnò in deposito indeterminato alla prestigiosa National Gallery of  Ireland di Dublino. Nel 1990 finalmente la tela fu assegnata al Merisi grazie ad una perizia di Sergio Benedetti che ‘spodestò’ il dipinto di Odessa dalla hit parade della Storia della Pittura mondiale.

Dunque un capolavoro nato dal genio di Caravaggio nel grande crocevia culturale-storico Marche-Gran Bretagna. Un excursus nato dall’iniziativa di Fabio Pierantoni all’interno de “De Slow gusti Books Disputandum” che ha toccato sabato scorso 8 ottobre una tappa importante con la presentazione de “La Forestiera” di G. Bretton, a cura dello stesso prof. Poli, e de “La nostra casa sull’Adriatico” di Margaret Collier, a cura del dottor Roberto Ferretti. Due ‘grandi inviate speciali’, due antropologhe culturali e sociali della vita nelle Marche a metà dell’800. Piglio critico e spirito d’osservazione per due donne che misuravano l’Inghilterra con l’arretratezza del costume di una regione sotto il regno papalino. Dieci anni di permanenza ad Ancona per la Bretton, una vita da sposa per la ricchissima Collier innamoratasi di un alto ufficiale garibaldino a Napoli e poi trasferitasi con il marito a Torre San Patrizio (Fermo) in una villa ampliata, sulla collina di San Venanzo da dove si godeva un panorama mozzafiato: dai Sibillini all’Adriatico, dal Conero a Gran Sasso. Spietata ed ironica l’inglesissima Margaret nel descrivere senza alcuna simpatia i contadini (definiti sopratutto per l’avarizia e la grossolanità) e con un sarcasmo ancora peggiore cittadini, funzionari e politici locali.

Un’antipatia naturalmente ricambiata considerato che non c’era alcuna affinità ‘elettiva’, ma poi ricomposta -in riferimento ai contadini- una volta che l’intellettuale Margaret fece ritorno, insieme con il marito, nella natia Inghilterra. Da lì probabilmente cominciò ad apprezzare con occhio diverso le Marche.



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