Direttamente da Pristina, Andrea Angeli è arrivato ieri a Macerata dove ha presentato all’Hotel Claudiani il suo ultimo libro “Senza pace. Da Nassiriyah a Kabul, storie in prima linea” nell’ambito di “Incontri d’autunno”, iniziativa promossa dal Circolo Aldo Moro
Il “peacekeeper” maceratese, portavoce degli ultimi 25 anni per le missioni di pace di Nazioni Unite e Unione Europea, ha raccontato nella redazione di Cronache Maceratesi, in un assaggio di quella che poi sarebbe stata la serata, una piccola parte di quella vita così intensa che servirebbero migliaia di pagine bianche per ripercorrerla tutta.
Andrea portavoce in numerose missioni umanitarie in vari angoli del mondo con i caschi blu, portavoce dell’ONU e dell’UE, ha lavorato in Cile, Cambogia, Sarajevo, Mostar, Kossovo, Nassiriyah, Kabul.
Risponde alle nostre domande solo dopo qualche attimo di riflessione e la consapevolezza di chi sa bene quanto possono pesare le parole. «Un altro anno in Kossovo – esordisce – il tredicesimo nei Balcani. Non è un record, ho trovato un militare che era al suo quattordicesimo anno».
Com’è attualmente la situazione in Kossovo?
«E’ un momento di grandi cambiamenti e di sviluppo. Tanti emigranti sono tornati ma restano i nodi politici legati al mancato riconoscimento da parte di 5 Paesi europei e due del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che frena uno sviluppo più determinato e una maggiore integrazione all’interno della Regione e non solo».
Torniamo a Macerata. C’è chi dice che per i maceratesi partire è come morire ma poi quando lo fanno, lo fanno alla grande, basta pensare a Matteo Ricci o a Giuseppe Tucci o a lei…
«Sono paragoni impossibili se pensiamo ai mezzi che abbiamo oggi per muoverci, anche se, quando feci i primi passi, spostarsi da Roma a Santiago del Cile era tutt’altro che agevole. Ricordo che allora molti amici maceratesi, saputo che sarei andato a lavorare per l’Onu, mi dissero “Ma chi te lo fa fare?”. All’epoca il dollaro era basso e non c’era convenienza nei contratti biennali che all’epoca offriva l’Onu, visti malissimo perché a tempo determinato ».
E dopo tanti anni cosa risponderebbe alla domanda “Chi te l’ha fatto fare”?
«In realtà, dopo tanti anni, anche i maceratesi mi dicono “voglio partire anche io, come posso fare?” Durante l’assedio di sarajevo, in un momento epocale, quando raccontavo delle mie esperienze, del momento esaltante che stavo vivendo più volte mi sono sentito dire “Non puoi trovare un posto al Ministero?” e io non ho potuto che far finta di niente perché era difficile capire».
Qual è stato il momento più bello della sua lunga carriera?
«E’ stato quando ho riportato in Italia l’ultima italiana di Sarajevo, Rosaria Bartoletti. Aveva 75 anni ed era piuttosto malandata. All’epoca ci occupavamo anche dei locali ma non potevamo farli uscire mentre gli italiani potevano essere riportati a casa. Per lei ricevetti un assegno dall’ambasciata italiana di Zagabria ma trovarla non fu affatto semplice. Riuscii a risalire a lei dopo un mese di ricerche e grazie all’associazione dei “Beati costruttori di pace”. Era in una zona calda e pericolosa, nel giro di dieci giorni le trovammo una famiglia in Sicilia dove visse due anni, poi morì».
Il giorno più triste?
«Fu il 12 novembre 2003 con la strage di Nassirya. Mi trovavo a 500 metri dalla palazzina della coalizione che era a un chilometro dalla caserma. Fu molto triste anche il 6 agosto 2004, giorno in cui se ne andò il maceratese Giorgio Pagnanelli (ambasciatore dell’Onu, primo italiano ad entrare a far parte delle Nazioni Unite ndr)».
Com ‘è il suo rapporto con Macerata?
«Tornare in un posto come il Claudiani, in un vicolo che da ragazzini salivamo col motorino, per poi parcheggiarlo e raggiungere il corso per lo struscio serale è una bella emozione. I ricordi e le nostalgie, negli anni diventano molto intensi soprattutto se hai passato fuori l’ultimo quarto di secolo».
Come mai dopo il primo libro, ha deciso di scriverne un altro?
«Il primo è stato fatto per scherzo e ha superato le aspettative. Non pensavo di scriverne un secondo perché credevo di aver finito le storie da raccontare invece è nato anche il secondo. Raccoglie una serie di riflessioni sulle missioni in Afghanistan e in Iraq. Sono stati un modo per ricordare tanti militari, poliziotti e civili che si sono particolarmente distinti. Sono storie non sempre conosciute e qualcuno doveva pur testimoniare tutto questo. E’ capitato a me. E poi, quando il primo libro è andato bene, ci prendi anche un po’ gusto».
(Foto di Guido Picchio)
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Grandissimo Andrea Angeli, un orgoglio per i maceratesi!!