«Meglio in carcere che morto»
Denuncia il figlio per salvarlo
Così è scattata la maxi inchiesta

CIVITANOVA - La madre coraggio che ha dato il là, senza saperlo, all’operazione Potentia che oggi ha portato a nove misure cautelari in carcere. «Ho preferito affidarlo alla giustizia che perderlo per sempre. Denunciare è l’unico modo per spezzare la catena, le famiglie non devono avere vergogna. Quando vado a trovarlo piango, ma meglio in cella che in una bara»

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di Laura Boccanera

«Ma davvero sono io quella che chiamano “madre coraggio”? Ho fatto quello che andava fatto, ad un certo punto capisci che il bene di un figlio che si droga non è proteggerlo per vergogna, ma denunciarlo per salvarlo». È incredula la donna civitanovese che con una denuncia ai carabinieri ha dato il via all’operazione Potentia che questa mattina ha portato all’arresto di 9 persone dedite allo spaccio di cocaina per presunta associazione a delinquere. Una banda criminale, un gruppo familiare che agiva fra Potenza Picena, Civitanova e Cosenza città di origine del boss.

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Questa madre oggi ancora non ci crede: «sono molto soddisfatta per l’esito di questa operazione, il mio ringraziamento va ai carabinieri, alla questura, a tutte le forze dell’ordine e oggi lo ripeto ancora più forte, bisogna denunciare, io mi sono fidata delle istituzioni e mi sono sentita protetta. Non era possibile andare avanti diversamente. La molla è l’esasperazione».

Gli arresti di oggi riaprono il calvario vissuto in tutti questi anni: il figlio è ormai un uomo adulto e da oltre 20 anni fa uso di sostanze: «Era giovane quando ha iniziato, ha cominciato così per gioco, come iniziano tanti quando vanno a ballare. Alle altre madri dico di non sottovalutare: oggi arrivano alla droga sempre più giovani e gli spacciatori non hanno alcuno scrupolo a vendere sostanze a minorenni. Mio figlio era arrivato ad un punto che non lo riconoscevo più. Lo ricordi da bambino, quando era piccolo e ti trovi davanti un estraneo che non ragiona più. Solo chi c’è passato sa di cosa parlo, la sofferenza, il senso di impotenza. Ma se stiamo zitte, se non proviamo ad interrompere la catena le cose non cambieranno, l’unico modo è consegnarlo alla giustizia. Quando oggi lo vado a trovare esco e piango, ma so che in carcere è al sicuro. Meglio lì dentro che in una bara morto, perché altrimenti è quella la fine. Io l’ho fatto per difendere me, la mia famiglia e lui da se stesso».

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Oggi la definiscono “madre coraggio”, non deve essere facile percorrere la strada da casa alla caserma dei carabinieri per denunciare, lo scorso 20 novembre 2023, il proprio figlio e i suoi spacciatori: «la paura c’era, e tanta pura – prosegue – ma mi sono fidata e affidata. Anche perché quando hai un figlio che si droga ti ritrovi sola. Soprattutto all’inizio tante amicizie si sono allontanate. Le famiglie ancora hanno vergogna a parlarle, è un tabù. Un figlio che si droga fa leva sul tuo senso di colpa che è come un macigno, è una leva potente e pesante che ti schiaccia, ma è una vigliaccheria piccina. Fare la madre ad un certo punto significa fermare che tuo figlio si faccia del male. Troppe volte l’ho recuperato da luoghi pericolosi e malsani, troppe volte ho pulito il suo sangue e visto le sue gambe massacrate dall’uso di sostanze. Non so se è coraggio o esasperazione, so che era l’unica cosa giusta da fare».

Nove arresti, banda della coca sgominata. Indagine nata da una “madre coraggio”. Tra i clienti professionisti insospettabili (Foto/Video)

 



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