
di Gianluca Ginella
Nelle 315 pagine del gip del tribunale di Ancona, Sonia Piermartini, con cui sono stati disposti gli arresti di nove persone ritenute far parte di un presunto sodalizio che aveva come focus lo spaccio di cocaina e hashish tra Potenza Picena e Civitanova, vengono ricostruite passo dopo passo le cessioni in provincia (circa duecento quelle documentate dai carabinieri), ma emergono anche altri episodi contestati ad alcuni degli indagati.

È il caso di un tentato furto al bancomat di Recanati che doveva avvenire il 23 aprile 2024. A metterlo a segno una squadra di 4 pugliesi mentre per gli indagati del sodalizio sarebbero stati coinvolti Domenico Cicciù (fratello di Cataldo, ritenuto il capo del sodalizio e arrestato questa mattina in provincia di Cosenza), e Rromeo Bakalli, imbianchino albanese che vive a Potenza Picena, che avrebbero avuto il ruolo di palo durante il colpo e avrebbero fornito ai 4 pugliesi le istruzioni per mettere a segno il colpo. Bakalli li avrebbe anche ospitati a casa il giorno prima del colpo.

L’obiettivo era il bancomat dell’ufficio postale di corso Persiani, a Recanati, che doveva essere aperto con dell’esplosivo. Il colpo era però sfumato perché i carabinieri avevano fatto una perquisizione a casa di Bakalli.
A Cataldo Cicciù, 41, che viene chiamato Il Pavone, oltre alla contestazione di essere il leader del presunto sodalizio, viene contestata nell’ordinanza del gip anche una estorsione. Viene contestata a lui e ad Angelo Buffalo. Avrebbero fatto delle minacce telefoniche (a parlare sarebbe stato Cicciù) e lo avrebbero costretto a pagare cessioni di droga effettuate da Buffalo. I fatti sono avvenuti il 28 marzo 2024 a Potenza Picena.

A Cicciù viene anche contestato di essere stato il mandante di un danneggiamento, avvenuto da parte di una persona per la quale l’indagine si svolge separatamente. Gli viene contestata la distruzione, con uno sgabello, del mobilio e delle vetrine del bar all’interno dell’area di servizio “Eni” della statale Adriatica a Potenza Picena.

Raffaele Ruocco, comandante provinciale dei carabinieri
Oggi nel corso delle perquisizioni scattate all’alba insieme all’esecuzione delle misure cautelari, sono state trovate anche due pistole con matricola abrasa. Una a casa di Antonio Cicciù, 61 anni, padre di Domenico e Cataldo Cicciù, che non è tra le persone raggiunte dalla misura cautelare. L’uomo è però stato arrestato per la detenzione di un revolver con matricola abrasa a carico (c’erano 5 proiettili). Si trova ai domiciliari. L’altra pistola è stata trovata a casa di Domenico Cicciù. In precedenza sempre per le armi, era stato arrestato un altro degli indagati, Salvatore Vicino. Era successo il 25 maggio del 2024. Vicino era stato trovato in possesso di 1,6 chili di marijuana e di due fucili calibro 12 di cui uno con matricola abrasa.

Angelo Chiantese, comandante Compagnia carabinieri di Civitanova
Gli altri arrestati sono la moglie di Cataldo Cicciù, Cristina Montali, 51, titolare di una tabaccheria e secondo gli inquirenti collettore dei proventi dello spaccio (a lei i pusher facevano recapitare i guadagni, secondo le indagini della Dda), Pierluigi Tetta, 41enne nato a Foggia, che aveva compiti di cessioni al dettaglio della droga, Angelo Buffalo, 49enne, nato a Lucera, pure lui con compiti di cessione della droga al dettaglio, idem per Mario Zoila, 50, nato a Lucera e per Rromeo Bakalli 45, albanese.
Infine gli ultimi due arrestati Salvatore Vicino, 55, di Gravina di Puglia, e Massimiliano Isidori, 56, maceratese, avevano il ruolo di custodi. Ad assistere gli arrestati gli avvocati Simone Santoro, legale di diversi degli indagati e di Cataldo Cicciù (in co-difesa con Raffaele Meles), Emanuele Senesi, e Cinzia Bruschi.

Dopo gli arresti dei nove indagati ora si è in attesa degli interrogatori di garanzia. Le indagini sono state condotte dai carabinieri della Compagnia di Civitanova, coordinate dal dda di Ancona e a firma dei pm Enrico Barbieri e Valeria Cigliola.

Da sinistra il generale Nicola Conforti e il comandante provinciale Raffaele Ruocco


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