
Ugo Bellesi
di Ugo Bellesi
Notizie positive per il mondo del lavoro. C’è stato il via libera infatti per l’approvazione della legge che consente la “partecipazione dei lavoratori ai risultati d’impresa”. Essa prevede una collaborazione economico-finanziaria tra datore di lavoro e lavoratore con la distribuzione di una parte degli utili, di dividendi azionari e di altre forme premiali. Questo vuol dire che si apre anche una nuova stagione di relazioni sindacali.
Per la verità la prima iniziativa per il varo di questa legge risale al 2010 quando fu il Governo che propose alle parti sindacali un “codice della partecipazione ai risultati d’impresa”. Ma non se ne fece nulla. I tempi non erano maturi. Altro tentativo avvenne nel 2018 ma la proposta di legge naufragò al Senato. E’ stata più fortunata recentemente la Cisl che ha depositato una proposta di legge ad iniziativa popolare che ha avuto l’appoggio della maggioranza parlamentare e della stessa presidente del consiglio. Non resta che attendere la presentazione in Parlamento di questa legge.
Invece un problema assai impellente è quello dei cambiamenti climatici. A volte non ce ne rendiamo conto oppure cerchiamo di sottovalutarlo mentre purtroppo dobbiamo prendere atto che nelle nostre regioni del Nord, quasi a ridosso delle Alpi, c’è il boom degli oliveti mentre al sud, in Sicilia come in Puglia, c’è l’exploit dei frutti tropicali che un tempo ci arrivavano dall’Africa. Il che significa che il primo problema per l’Italia centrale e quindi per le Marche è soprattutto in campo vegetale e riguarda il salvataggio delle nostre produzioni agricole tradizionali che soffrono dei cambiamenti climatici.
Ma non è solo questa la preoccupazione del mondo agricolo (come anche per l’industria) perché c’è anche la necessità di ridurre le spese per l’energia. Mentre il governo pensa al nucleare, che tarda ad arrivare, c’è chi preferisce puntare sulle rinnovabili. E cioè realizzare pannelli solari e innalzare pale eoliche, purtroppo anche queste strutture hanno aspetti negativi ma evitano emissioni inquinanti. Decarbonizzare l’economia significa decarbonizzare l’immaginario collettivo. Costruire una cultura della cura dell’ambiente, capace di orientare le scelte pubbliche e private. L’ambiente è il protagonista e quindi dobbiamo difenderci anche dalle alluvioni come dalla siccità. Tanto più che nessuna impresa investe senza avere certezze di ciò che si fa per il territorio.
Senza dimenticare che bisogna evitare la dispersione nell’ambiente di bottiglie di plastica e lattine. In molte città si è intervenuti con strumenti molto efficaci che hanno portato a ridurre fino all’80% la dispersione dei rifiuti con una raccolta e riciclo pari al 90%. E’ un risultato positivo ma c’è da tener presente che in Italia ogni anno più di 8 miliardi di contenitori sfuggono al riciclo con ingenti costi di bonifica ambientale.
Bisogna tener conto anche dell’andamento del mercato perché se i prezzi dei prodotti agricoli aumentano molte famiglie si trovano in difficoltà. Tanto è vero che nelle ultime settimane l’acquisto delle materie prime fresche è risultato in calo del 50% e senza di esse si hanno conseguenze per la qualità della vita e della salute che sarà peggiore. Dare prospettive all’economia significa investire in filiere produttive resilienti, capaci di affrontare gli shock climatici e sociali, creando un valore che unisce i risultati economici con il benessere, individuale e collettivo.
Nel mondo agricolo l’imprenditoria giovanile si sta facendo largo ma è anche necessario sostenerla perché spesso si tratta di giovani del territorio e portano con sé tutti i benefici dell’innovazione. Dalle indagini più recenti risulta che sono le donne a guidare un terzo delle aziende agroalimentari.
Se passiamo dal mondo agricolo ad esaminare quello della pesca non c’è da stare allegri. Un grido di allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dai pescatori di San Benedetto i quali lamentano che la pesca del pesce azzurro è in forte sofferenza perché spesso il pesce catturato non è commerciabile. Oltre al calo del pescato essi denunciano che la gestione del fermo pesca è profondamene iniqua. Infatti proprio la piccola pesca pelagica, dedicata al pesce azzurro, è condizionata da due fermi l’anno: uno per le alici e uno per le sarde senza alcuna forma di compensazione (almeno per gli ultimi 5/6 anni). Invece i pescherecci che praticano la pesca a strascico si fermano una sola volta l’anno e hanno un equo compenso.
Per rendere l’Adriatico più pescoso, secondo Massimo Rossi, promotore del “Parco marino del Piceno” ed ex presidente della Provincia di Ascoli, bisogna creare le “aree marine protette”. Queste infatti consentono alle specie ittiche di “riposare e quindi riprodursi” senza stress. E quando gli stock si consolidano si diffondono naturalmente anche al di fuori dai confini delle aree protette. Addirittura nel 1991 una Legge Quadro prevedeva la creazione di aree marine protette dinanzi al Conero e sulla costa ascolana. Purtroppo dopo 30 anni non si è creato nulla. Eppure le aree protette spesso diventano centri di ricerca scientifica e di osservazione per comprendere ed affrontare i cambiamenti in atto in Adriatico.
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