
Francesco Adornato con Giuseppe Bommarito
di Francesco Adornato*
Il 18 maggio 1977 ha segnato una cesura tra il prima e il dopo nella storia del territorio marchigiano, fino ad allora ritenuto “tranquillo” nell’immaginario collettivo. Una ferita che la memoria diffusa sembrava avere smarrito, ma, come in un fenomeno carsico, l’avvocato Giuseppe Bommarito e il generale Marco Di Stefano, nel loro libro “Notte di sangue. 18 maggio 1977: i tre conflitti a fuoco di Porto San Giorgio e Civitanova Marche” (Affinità elettive, 2024), hanno avuto il merito di riportare alla luce, alla più diffusa conoscenza e al sentimento popolare. In quella notte tre furiosi conflitti a fuoco hanno attraversato gli altrettanto tranquilli Porto San Giorgio e Civitanova, lasciando a terra esanimi due carabinieri e quattro malavitosi.
Fu, quella, che, nella prefazione del libro, il generale di Corpo d’armata Rosario Aiosa, allora venticinquenne capitano dell’Arma dei carabinieri e comandante della Compagnia di Fermo, definisce la “Battaglia delle Marche”. Ed è sorprendente come sulla più terribile vicenda criminale avvenuta nelle Marche dal Secondo dopoguerra ad oggi non era stato scritto fin qui nulla. Ma – come sottolinea Manzoni ne La storia della colonna infame – […] d’un avvenimento complicato, d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono necessariamente potersi ricavare osservazioni più generali […]”.

La presentazione a Macerata Racconta. Da sinistra: Marco Di Stefano, Paolo Marconi, Giuseppe Bommarito e Rosario Aiosa
Il “gran male fatto senza ragione” avvenne quasi cinquant’anni addietro quando uomini dell’Arma dei carabinieri, l’appuntato Alfredo Beni e il maresciallo capo Sergio Piermanni, vennero falciati durante l’attività di servizio (Piermanni era in licenza ordinaria e rientrò in servizio) con una crudeltà che lasciò sgomenti. Nella stessa circostanza il capitano Aiosa rimase sospeso tra la morte e la vita per alcune settimane e il brigadiere Di Toro Mammarella, colpito alla tempia, si salvò miracolosamente.
La vicenda è stata tanto dolorosa, quanto incalzante e tragica. Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 1977 avvennero tre scontri a fuoco di un’unica criminale dinamica. Come sottolineano gli autori nella loro incisiva introduzione, “l’iniziativa, di accertamento e identificazione, fu dei carabinieri, poi ci fu una reazione vigliacca, a sorpresa e a colpi d’arma da fuoco, da parte del gruppo di malavitosi appena arrivati nelle Marche e infine la reazione letale dei militari con le armi in dotazione”. L’avvocato Bommarito e il generale Di Stefano, va ribadito, hanno avuto la sensibilità di recuperare una vicenda drammatica ed eroica con una ricostruzione asciutta e corrispondente ai fatti da cui emergono la prontezza dello spirito di servizio dei carabinieri e il loro senso del dovere fino all’ultimo respiro.

La copertina del libro
Mai – rimarcano con sdegno gli autori – nelle Marche era accaduto qualcosa di così impressionante, mai si erano registrati nello spazio di pochissime ore tre distinti e fitti scambi di colpi di armi da fuoco, provocando morte, angoscia e sofferenza. Non solo nelle famiglie dei carabinieri e nell’Arma, ma altresì nei sentimenti più profondi dell’intera collettività. Il libro ricostruisce la notte più sanguinosa nella storia criminale delle Marche con esattezza geometrica e rigore di scrittura, mai smarrendo la tensione narrativa, vibrante e coinvolgente: atti giudiziari, testimonianze dei protagonisti, resoconti giornalistici sono stati accertati e verificati in modo attento. Fatti eroici che hanno meritato il conferimento, da parte del presidente della Repubblica, di tre medaglie d’oro al valore militare, di cui due alla “memoria”, due d’argento e tre di bronzo a cinque dei carabinieri impegnati nel conflitto, oltre a due encomi solenni. Ancora, con sensibilità, Bommarito e Di Stefano descrivono il dramma personale del brigadiere Albanesi, che partecipò allo scontro a fuoco con un ruolo cruciale, non immaginando, inoltre, il destino che sarebbe toccato al maresciallo capo Sergio Piermanni, il quale rientrò appositamente in servizio, avvisato da Albanesi, peraltro a lui molto legato, tanto che Piermanni pronunciò le sue ultime parole: “Angelo ti affido i miei figli”. Non trascurano, inoltre, gli autori di descrivere la crudeltà e la ferocia del nucleo criminale, né di rilevare, in uno di costoro, atteggiamenti di arrogante rifiuto della c.d. “giustizia borghese” così rivendicato dai gruppi terroristici del tempo che cercavano in quella stagione così difficile e complessa seguaci tra i detenuti comuni.
È un libro che si legge tutto d’un fiato: con emozione, partecipazione e commozione e, nondimeno, con gratitudine. Al “gran male fatto senza ragione” possiamo dare una risposta, riprendendo le considerazioni di Bommarito e Di Stefano nella loro introduzione: “occorre ravvivare la memoria collettiva di quella terribile vicenda, memoria ancora necessaria come esercizio di coscienza e conoscenza e a tutela della dignità e del sacrificio dei militari caduti”.
*Ex rettore dell’università di Macerata
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