Macerata sotto le bombe
Il ricordo di un superstite

MEMORIA - Il 3 aprile del 1944 aerei alleati che sorvolavano la città rilasciarono una pioggia di bombe. Gli obiettivi erano militari ma a pagare il caro prezzo furono solo civili. Francesco Ginobili, che all'epoca era uno studente del ginnasio, ricorda questi tragici momenti

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Il bombardamento a Macerata

Il bombardamento a Macerata

di Marco Ribechi

Il tre aprile è una data che per molti anni i maceratesi di diverse generazioni non hanno mai potuto dimenticare. Ricorre oggi infatti l’anniversario del bombardamento di Macerata, avvenuto nel 1944 ad opera degli alleati che per circa mezz’ora rilasciarono ininterrottamente sulla città una pioggia di ordigni destinati ad obiettivi militari ma che purtroppo colpirono quasi esclusivamente strutture civili, causando morte e distruzione in una città che mai aveva sperimentato direttamente gli orrori della guerra. A distanza di 71 anni Francesco Ginobili, oggi 84enne, figlio del celebre poeta vernacolare Giovanni, ripercorre i momenti che accompagnarono quel tragico evento, rivedendo ogni istante come in una fotografia che mai cancellerà dalla sua mente.

 

« Nel 1944 ero uno studente del 4° ginnasio. Avevo ancora 13 anni perché ero andato a scuola un anno prima. A quel tempo il liceo classico Leopardi non si trovava in corso Cavour ma nel palazzo del Convitto Nazionale, in piazzale Marconi. Quel triste giorno eravamo nel cortile della scuola, per la lezione di educazione fisica, con la professoressa Sebastiani. Verso le 10 del mattino suonò l’allarme. Eravamo abituati a quella sirena che sentivamo molto spesso, Ancona e Civitanova erano già state colpite ma Macerata era ancora integra, forse per questo avevamo l’abitudine di sottovalutarla. Così continuammo la nostra lezione, come se nulla fosse successo. Ricordo benissimo che poco dopo vedemmo alcuni aerei che sorvolavano la città. Dopo alcuni istanti vidi uno dei velivoli scendere velocemente verso la città e lasciare tutta una serie di oggetti neri. Evidentemente erano gli ordigni, il bombardamento stava cominciando. Uno degli obiettivi principali era la caserma Filippo Corridoni, dove oggi si trova il Comune. Per colpa di un errore di calcolo la caserma fu mancata e le bombe caddero a circa 50 metri devastando via della Nana, una traversa di corso Cairoli. Era un luogo molto popolato e tanti innocenti persero la vita.Tra loro un mio caro amico, Gino Tamburrini detto “Tavosciu”, figlio di fornai. Al tempo tutti i Tamburrini erano fornai, credo fossero tutti imparentati in qualche modo».

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«Un’altra bomba era destinata al palazzo Conventati – continua Ginobili – altro obiettivo militare che si trovava in Piaggia della Torre. Anche questo fu mancato e gli ordigni colpirono circa 20 metri più in basso, in via Santa Maria della Porta. Quando cominciarono a cadere le bombe subito sentimmo il frastuono. Bisognava scappare e ognuno iniziò a dirigersi verso la propria casa, per cercare i famigliari. Ricordo che un mio amico, che in seguito divenne avvocato e oggi è ancora vivo, dalla paura iniziò a recitare l’atto di dolore, come se stesse per morire. Gli rivolsi delle male parole per farlo rinvenire, poi dissi: “Ma che preghi, qui bisogna scappare”».

Al tempo Ginobili viveva in fondo a corso Cairoli, nel quartiere delle Casette. «Iniziai a correre, percorsi tutte le mura e quando arrivai nei pressi dello Sferisterio – prosegue – incontrai tutti quelli che scappavano dal centro e che si mettevano in salvo dalle bombe che erano cadute per le scalette. Scendeva gente terrorizzata, coperta di calcinacci, tutti avvolti dalla polvere. Ricordo un signore che mi veniva incontro con la testa spaccata, tutto insanguinato. Quando girai per corso Cairoli la strada era sbarrata dalle esplosioni di via della Nana, non potevo passare. Allora scesi via del Pozzo, al tempo da lì iniziava la campagna. Pensai di fare un giro più largo per superare la devastazione e arrivare a casa. Fu li che incontrai mio padre, mia madre e alcuni fratelli. Tutti stavano bene grazie a dio. Il giorno dopo mio padre ci portò a Petriolo, la sua città natale. Altri obiettivi delle bombe furono il palazzo della prefettura, anch’esso mancato perchè le bombe caddero verso Santo Stefano, le Casermette e se non ricordo male anche il palazzo che fa angolo tra via Cavour e via Morbiducci che era chiamato Caserma Castelfidardo. Una volta in salvo a Petriolo tornammo varie volte a Macerata, con mia madre partivo a piedi per ritornare nella mia città. Sono ricordi indelebili, fotografie nella mia mente, il ricordo va a tutti i caduti che persero la vita in quel tragico giorno di aprile».

Le cronache ricordano 110 caduti e più di 200 feriti, soccorsi dall’opera encomiabile dei vigili del fuoco, degli addetti dell’Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), dei Vigili Urbani,  della Croce Rossa, dal clero e dai seminaristi maceratesi.



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